Vita di san Vincenzo de’ Paoli

Francisco Javier Fernández ChentoVincenzo de' Paoli0 Comments

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Author: Sconosciuto .
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San Vincenzo non è un santo morto cent’anni fa, come don Bosco (ricordate che don Bosco morì nel 1888), ma non è nemmeno uno vissuto al tempo dei “Padri della Chiesa” (nei primi settecento anni di cristianesimo).

San Vincenzo, o meglio, Vincenzo, nacque il 24 aprile 1581.

Egli nacque nel villaggio di Pouy, presso Dax, nella regione delle Lande, in quella magnifica terra di Francia che ha donato alla Chiesa ed all’umanità così tanti capolavori di santità.

Il suo cognome, con quella particella De’ non indica affatto origini nobili: Vincenzo infatti fu contadino, e fino a quindici anni lavorò duramente i campi.

A quell’età decise per il sacerdozio. E dopo cinque anni di studi fu ordinato sacerdote: la sua brillante intelligenza lo aveva portato all’ordinazione sacerdotale all’età giovanissima di soli 19 anni!

Gli successe poi un’avventura, chiamiamola così, straordinaria e sconcertante ad un tempo: durante un trasporto per mare, venne fatto prigioniero da pirati turchi, con altri passeggeri della nave. Condotto a Tunisi e venduto successivamente a tre diversi padroni, recuperò la sua libertà dopo due anni, fuggendo con una piccola imbarcazione attraverso il Mediterraneo, in compagnia del suo ultimo padrone, un rinnegato da lui convertito. La straordinarietà di questi avvenimenti ha fatto sorgere negli storici qualche dubbio sul tali fatti: ma la maggior parte degli studiosi è del parere di ritenerli veritieri, anche perchè Vincenzo stesso ne parla in alcune lettere.

Inizia poi una vita straordinariamente intensa e feconda di mille e mille successi di apostolato: fondò Istituti di preti, di Suore, fu istitutore e cappellano presso famiglie nobili e potentissime, fu consigliere diretto della regina nel Consiglio degli affari ecclesiastici, forte oppositore dell’eresia del Giansenismo; fu anche cappellano-capo dei forzati imbarcati sulle galere; contribuì con i suoi sacerdoti collaboratori a liberare non meno di milleduecento cristiani schiavi dei turchi; assistette i trovatelli.

Ma vediamo di ripercorrere in maniera un pochino più ampia (pur senza scrivere un libro!) questa vita così intensa e bella.

A) Le “Serve dei poveri” e le ” Dame della Carità”

Vincenzo era parroco da appena un mese, quando vennero a riferirgli che in una famiglia del vicinato tutti erano caduti ammalati, e non c’era nessuno che li assistesse. L’appello che immediatamente rivolse ai parrocchiani raccolse una risposta generosissima, ma Vincenzo fece questa considerazione: “Oggi questi poveretti avranno più del necessario; ma tra qualche giorno essi saranno nuovamente nel bisogno”. Decise quindi di “organizzare” queste generose risposte: nacque così una confraternita di pie persone che si impegnarono ad assistere a turno tutti gli ammalati bisognosi della parrocchia. Chiamò questa confraternita con il nome di “Carità”, e le associate furono chiamate “Serve dei poveri”. Mandato a fare il sacerdote predicatore nelle campagne, anche lì fondò delle “Carità”. In seguito fondò anche confraternite maschili: ma non ebbe lo stesso successo. La sua idea sarà ripresa duecento anni più tardi da Emanuele Bailly, nel 1833 a Parigi: riunì inizialmente sette giovani universitari, tra cui Federico Ozanam, l’anima del gruppo. Risorsero così le “Carità” maschili con le “Conferenze di S.Vincenzo De Paoli”.

Queste “Carità” femminili, a Parigi e nelle grandi città cambiarono il nome da “Serve dei poveri” in “Dame della Carità”. L’associazione cittadina più importante fu senza dubbio quella detta dell’Hotel-Dieu (Ospedale): questa straordinaria “Carità” contò centinaia di associate della più alta nobiltà parigina, tra cui la futura regina di Polonia.

Ancora oggi la Compagnia delle Dame di Carità, con le sezioni più recenti delle “Damine” e delle “Piccole amiche dei poveri”, è in piena attività. Le associate raggiungono il numero di seicentomila e lavorano in ogni parte del mondo.

B) I Preti della Missione

Il 25 gennaio 1617 Vincenzo tenne una fecondissima predicazione a Folleville: Iddio diede tanta benedizione alle sue parole, che non bastarono i confessori. Vincenzo, visto il frutto abbondante e la scarsità di clero, si aggregò alcuni zelanti sacerdoti ed incominciò a predicare di villaggio in villaggio. Essi diedero inizio ad una Congregazione Religiosa i cui membri, dalla loro prima Casa-Madre S.Lazzaro, si chiamarono “Lazzaristi”.

C) Le Figlie della Carità

In origine erano ragazze di campagna, desiderose di consacrarsi al servizio dei poveri, che Vincenzo assegnava alle “Carità” cittadine, dove le Dame trovavano più difficoltà ad esercitare personalmente le opere di misericordia. Il nome “Figlie della Carità” fu quindi il nome più semplice e più naturale che potesse dare loro il popolo.

Vincenzo non volle che le Figlie della Carità fossero religiose. “Voi avete per monastero – diceva loro – solo le case degli ammalati e quella della superiora; per cella una camera d’affitto, per cappella la chiesa parrocchiale, per chiostro le vie della città, per clausura l’obbedienza, per grata il timor di Dio, per velo la santa modestia!”. Ancora oggi i loro voti sono privati ed annuali.

Le opere fiorirono tra le mani di questi angeli della Carità. Dopo i poveri vennero i malati degli ospedali, i trovatelli, gli orfani, i forzati, i vecchi, i feriti sui campi di battaglia: in una parola, ogni sorta di miserie fu accolta dalla carità di questa comunità.

D) A favore del clero

E’ comprensibile che attorno ad una personalità di tale santità e di tante capacità umane tutti gli spiriti più alti tendessero a raggrupparsi. Così fu anche per i sacerdoti. Attorno a Vincenzo quindi si riunirono, per incontri formativi settimanali, fervorosi ecclesiastici: sia per “fare i loro esercizi”, sia per aggiornarsi nella dottrina che dovevano poi insegnare al popolo loro affidato: ecco l’origine delle “Conferenze del martedì” cui si aggregarono oltre duecentocinquanta sacerdoti, alcuni dei quali divennero poi famosi sia per santità che per gli incarichi ricevuti. Ma Vincenzo curò anche la formazione del clero: e diversi dei suoi sacerdoti furono chiamati a guidare i Seminari in parecchie Diocesi. Addirittura fu chiamato, Vincenzo, dalla stessa regina, Anna d’Austria, a far parte del “Consiglio di coscienza”, o Congregazione degli affari ecclesiastici. Questo Consiglio si occupava specialmente della scelta dei vescovi e della attribuzione dei “benefici”, o rendite ecclesiastiche; (tra parentesi notiamo la felice situazione della Chiesa ai nostri giorni, in cui nella scelta dei vescovi non entrano più i poteri degli stati, ma esclusivamente persone di Chiesa).

Vincenzo fu anche molto attivo nel contrastare e combattere il Giansenismo: un movimento sorto nella Chiesa cattolica che proponeva un estremo rigorismo sia nella vita spirituale personale sia nella comunità, tanto da cadere in varie esagerazioni e durezze a livello spirituale e morale.

Un altro campo in cui Vincenzo primeggiò fu nella Predicazione. In questo campo egli adottò un metodo tanto semplice quanto efficace; una volta scelto l’argomento da predicare, egli lo sviluppava secondo questi passaggi: prima ne spiegava la natura, poi sviluppava i motivi per cui andava vissuto, ed infine accennava ai mezzi opportuni per tradurlo in pratica. Questo metodo, molto semplice e popolare, riscosse un immenso successo: tanto più che normalmente gli altri predicatori usavano espressioni molto ampollose e lontane dalla sensibilità del popolo.

E) Ed infine….

Vincenzo svolse un’opera bellissima presso i galeotti. Egli aveva potuto penetrare nelle prigioni di Parigi mentre svolgeva il suo ruolo di cappellano presso una nobile e potente casata: i Gondi. Fu colpito tremendamente dallo stato miserevole in cui versavano i forzati che attendevano di essere imbarcati sulle galere del re come rematori. Egli divenne subito il loro confortatore e difensore. Il bene da lui operato nelle prigioni fu conosciuto a corte, ed il re Luigi XIII creò apposta per lui una nuova carica: quella di Cappellano-Capo delle galere, rendendo così più efficaci i suoi interventi in favore di questi miseri.

Della sua opera di liberatore dei cristiani fatti schiavi dai turchi s’è già detto. Una parola invece sulla sua opera di soccorritore dei trovatelli. La società ipocrita del tempo li chiamava con disprezzo “i figli del peccato”: Vincenzo li raccolse e li affidò alle cure delle Figlie della Carità … ed al portafogli delle Dame. Secondo una indicazione del santo, nel 1657, nella sola città di Parigi le associazioni vincenziane assistevano 395 trovatelli! Per questo alcune volte Vincenzo è raffigurato nei quadri mentre tiene in braccio un bimbo trovato sulla via.

Vincenzo dedicò il suo cuore e la sua inventiva di carità anche ad assistere le popolazioni provate dalla Guerra dei Trent’anni: a Parigi organizzò dei centri di raccolta di soccorsi in denaro ed in natura, che i suoi missionari e le sue suore portavano poi a destinazione. L’opera delle minestre sfamò fino a cinquemila persone in una sola parrocchia!

Considerato tutto questo…. non è quindi strano che il giorno 12 maggio 1885 il papa Leone XIII, accogliendo il desiderio espresso da numerosi vescovi, dichiarò Vincenzo patrono universale di tutte le opere di carità, che in qualsiasi modo si riferissero a lui.

Alla conoscenza di S. Vincenzo ha contribuito, anni fa, un bel film (oggi quasi introvabile) realizzato in Francia nel 1947 dal titolo “Monsieur Vincent”. Il film raggiunge un alto livello artistico, sotto la regia di Maurice Cloche e con il noto attore Pierre Fresnay che interpreta ottimamente il nostro, grazie anche agli efficaci dialoghi cui aveva messo mano anche il celebre drammaturgo Jean Anouilh. L’interpretazione di Pierre Fresnay è stata premiata nel 1947 a Venezia, mentre nel 1948 la pellicola ottenne l’Oscar per il miglior film straniero.

Bisogna aggiungere che il volto di Vincenzo è noto anche in filatelia. Molti stati hanno così voluto onorare il benefattore dell’umanità sofferente.

Gli stessi rivoluzionari avevano innalzato a Vincenzo un busto nel Pantheon di Parigi: oggi però tale busto si trova nella parrocchia di Clichy, ove il santo era stato parroco. Anche il suo villaggio natale porta il suo nome: Berceau de Saint Vincent De Paul.

Così resta conclusa la presentazione di questo gigante della Santità: forse essa è stata troppo lunga per essere una semplice introduzione alle sue parole – che restano lo scopo principale di queste pagine – e, nello stesso tempo, troppo breve per la fame di chi cerca di più.

O, forse, va bene così. Se vorrai, potrai metterti alla ricerca della sua vita scritta più ampiamente. Intanto vorrei offrirti una selezione, spero sostanziosa anche per mole, delle sue parole: vi scoprirai un maestro splendido. Sempre amorevole.

S.Vincenzo, ottieni anche a noi di partecipare del tuo carisma di carità e di imitare la tua splendida personalità. AMEN.

La parola… a san Vincenzo de’ Paoli

Come anticipato, vogliamo dare la parola direttamente a “Monsieur Vincent”: dal libro citato di Marcelle Auclair sono tratti i brani qui riportati.

1.

(Da due anni nessuno ha più sue notizie. Una lettera da lui scritta da Avignone nel 1607 al Sig. De Comet, presso cui prestava servizio come istitutore ecclesiastico….)

“Signore, voi che conoscete bene le mie cose, avete forse saputo che trovai un testamento in mio favore lasciatomi da una buona vecchia signora di Tolosa. Per incassarlo partii per quella città e poi per Marsiglia. Per il ritorno mi imbarcai per Narbona, con l’idea di risparmiare tempo. Ma quando fummo per mare, tre brigantini turchi che costeggiavano lungo il golfo del Leone ci attaccarono con tale violenza da uccidere alcuni dei nostri e ferirne altri. Io stesso ricevetti un colpo di spada, che mi farà da orologio per tutto il resto della mia vita. Fummo costretti ad arrenderci. Ci incatenarono, dopo averci sommariamente medicati. Infine fecero rotta per Barberia, tana e spelonca di furfanti; là ci misero in vendita, dopo un sommario processo verbale sulla nostra cattura, secondo cui noi saremmo stati prelevati da una nave spagnola.

La procedura della nostra vendita è breve a dirsi: ci spogliarono dei nostri abiti, dettero a ciascuno un paio di brache, una giubba di lino con un berretto e ci portarono in su e in giù per la città di Tunisi, con la catena al collo. Poi ci misero in mostra in piazza, ed i mercanti si avvicinarono per guardarci, come si fa di solito quando si compra un cavallo od un bue: ci facevano aprire la bocca per controllare la dentatura, ci palpavano i fianchi e studiavano attentamente le nostre ferite. Ad un certo momento ci fecero camminare al passo, trottare, e poi correre; poi ci fecero portare dei pesi e persino lottare per saggiare la forza di ciascuno, ed altre brutalità del genere.

Fui venduto ad un pescatore, che fu costretto ben presto a disfarsi di me, poichè‚ ero proprio negato per il lavoro di mare. Mi vendette quindi ad un vecchio medico alchimista. Gli ero molto simpatico e mi parlava spesso dell’alchimia, e più ancora della sua fede, alla quale faceva ogni sforzo per attirarmi, promettendomi in cambio molte ricchezze e tutta la sua scienza chimica.

Dio manteneva viva in me ogni giorno la fiducia della mia liberazione per le costanti preghiere che rivolgevo alla Vergine Maria, per la cui intercessione credo di essere stato salvato.

Rimasi alle dipendenze di questo vecchio per quasi un anno. Poi morì, lasciandomi in eredità ad un suo nipote, che subito mi rivendette ad un apostata. Lavorai per lui in montagna, in una zona desertica e calda. Una delle sue tre mogli prese a benvolermi, e divenne lei la causa della riconversione di suo marito, e della mia liberazione. Ella infatti, curiosa com’era di conoscere il nostro modo di vivere, veniva a trovarmi mentre lavoravo nei campi, e voleva che io cantassi le lodi di Dio. Cantai i salmi, la Salve Regina e molti altri canti. In ciò ella trovava tanto piacere che c’è da restare stupiti. Fin che giunse a rimproverare il marito per aver abbandonato la religione cristiana, da lei ritenuta vera, perchè io le avevo detto alcune cose su Dio e per alcuni inni di lode che avevo cantato in sua presenza. Alla fine salpammo tutti con una piccola barca ed il 28 giugno sbarcammo ad Aigues-Mortes. Dopo arrivammo ad Avignone, dove il Vice-legato accolse pubblicamente l’apostata, con le lacrime agli occhi.”

2.

” C’è un membro della Compagnia che, accusato di aver derubato un compagno, e pubblicamente definito come ladro – benchè‚ non fosse vero – tuttavia non ha mai voluto giustificarsi. Un giorno, vedendosi così ingiustamente accusato, pensava tra sè e sè: “Non ti discolpi? Ciò di cui ti accusano non è vero!”. “Oh! no, rispose, rivolgendo il suo pensiero a Dio, bisogna che io sopporti pazientemente questo oltraggio”. E così fece. Che cosa accadde in seguito? Sei mesi dopo, il vero ladro, che era andato a vivere cento leghe lontano da qui, riconobbe la sua colpa e scrisse chiedendo perdono. Ecco, Dio, talvolta, vuol provare alcune persone e perciò permette che succedano simili fatti.”

(Vincenzo non dice proprio tutto: sta parlando di se stesso e del suo compaesano il giudice di Sore: l’accusa riguardava la somma di quattrocento scudi. Il ladro era un garzone venuto in casa per una commissione. Sotto le ingiurie, Vincenzo chinò la testa e disse con mitezza: “Dio sa la verità”).

3.

“Quando uno ha patito dentro di sè‚ pene e tribolazioni, diventa più sensibile a quelle degli altri. Coloro che hanno sofferto la perdita dei beni, della salute e dell’onore, sono più adatti a consolare le persone che si trovano nelle medesime situazioni dolorose, più adatti di coloro che non hanno mai avuto esperienze simili…”.

(E’ bene, per trarre il massimo frutto da questi scritti di santi, leggere a piccole dosi…. meditare…. ed attualizzare per noi stessi.)

4.

(Parlando di un grande personaggio, vescovo, cardinale, fondatore di una spiritualità che influenzò moltissimo generazioni e generazioni di preti, Mons De Brulle, Vincenzo scrive queste semplicissime e, proprio per questo bellissime, osservazioni utilissime anche per noi, ogni giorno)

“Questo gran servitore di Dio aveva l’abitudine di dire che era bene mantenersi sempre in basso, che i posti più umili erano i più sicuri e che c’era qualcosa di non buono nelle condizioni elevate e di prestigio: per questo i santi avevano sempre rifuggito ogni dignità e nostro Signore, per convincerci col suo esempio oltre che con la sua parola, aveva detto, parlando di se stesso, che era venuto al mondo per servire e non per essere servito. Dio non ci ha mandato per ottenere cariche ed uffici onorevoli‚ per parlare ed agire con pompa ed autorità, ma per servire ed evangelizzare i poveri”.

5.

(Ascoltiamo come Vincenzo descrive il lavoro fatto sul proprio carattere da una grande dama della società, presso cui era cappellano e confessore)

“La signora generalessa delle galere (la Signora Gondi) era soggetta ad una grande irascibilità; non appena si accorgeva però di una sua impazienza, ella si inginocchiava davanti alla sua cameriera e le domandava perdono….

Ella riusciva a sopportare tutti, chiunque fossero. Non c’era persona per cui non riuscisse a trovare delle scuse, allegando a volte l’umana debolezza, a volte l’inganno del demonio, l’impulsività del carattere, l’irritabilità …

Ella non soltanto non diceva mai male di nessuno, ma non trovava nulla a ridire e trovava tutto bene… Aveva la pratica di non parlare mai male degli assenti. Al contrario, ne difendeva la causa e distoglieva ogni discorso che tendesse alla maldicenza, con saggia accortezza”.

6. La prima confraternita della Carità

“Una domenica, mentre mi preparavo per celebrare la santa Messa, mi portarono la notizia che in una casa sperduta in mezzo ai campi, tutte le persone erano cadute malate, non ce n’era una che potesse assistere le altre, e tutte si trovavano in uno stato di grave bisogno. La notizia mi colpì profondamente al cuore.

Non mancai di raccomandare il caso durante la predica con tutto il mio affetto, e Dio fece sì di toccare il cuore di tutti quelli che mi ascoltavano. Dopo pranzo facemmo una riunione presso una buona signorina della città, per vedere quali soccorsi potessimo prestare, e ciascuno si dichiarò disposto ad andare a trovare quei poveri infelici e consolarli con parole ed aiuti, secondo le proprie possibilità. Dopo i vespri, scelsi un parrocchiano, uomo di campagna, ed insieme ci incamminammo per andare a visitarli. Lungo la strada incontrammo alcune donne che ci precedevano e, proseguendo ancora, alcune altre che ritornavano. Era d’estate, durante il periodo della grande calura, e quelle brave donne, per riposarsi, si fermavano lungo i bordi della strada. Alla fine, figlie mie, ne incontrammo tante di persone che voi avreste detto trattarsi di una processione.

Appena arrivato, visitai i malati ed andai a prendere il Santo Sacramento per quelli che erano più abbattuti. Dopo averli dunque confessati e comunicati, si trattò di vedere come provvedere alle loro necessità. Proposi a quelle brave persone che la carità aveva condotto fin là, che si scegliessero ciascuno una giornata per andare ad accudire non soltanto quelle persone, ma anche quelle che sarebbero venute in seguito. Fu questo il primo luogo dove fu fondata la Carità”.

(La visita dei poveri e dei malati a domicilio venne fuori così organizzata … dalla necessità. Per tre mesi Vincenzo lasciò che le cose seguissero il corso naturale che avevano preso, e quando tutti gli ingranaggi gli parvero sufficientemente collaudati a contatto con la vita quotidiana, domandò ed ottenne l’approvazione dal Vescovo di Lione.

E pensare che, dopo quattro mesi dal suo arrivo in parrocchia …. Vincenzo dovette trasferirsi! Quattro soli mesi ….. Quando una persona è strumento nelle mani di Dio….)

(Ed ora ecco di seguito la REGOLA: ogni suo particolare è un miracolo di tenerezza)

7.

Carità femminile di Chatillon-les Dombes

La priora accoglierà nelle cure della confraternita i malati veramente poveri e non quelli che dispongono di mezzi di sostentamento….. Quando ne avrà accolto qualcuno, avvertirà la sorella che sarà di servizio quel giorno, e questa andrà a visitarlo subito. La prima cosa che dovrà fare è di vedere se abbia bisogno di una camicia bianca, affinchè, se ne avesse bisogno, gliene porti una della confraternita, insieme con i lenzuoli bianche, se ne occorressero.. Fatto ciò, lo farà confessare perchè possa ricevere l’indomani la comunione, poichè è nel proposito di questa confraternita che quanti vogliano essere assistiti si confessino e si comunichino. Prima di tutto gli porterà un’immagine del crocifisso, che sistemerà in un punto in cui possa essere vista dal malato, affinchè rivolgendo talvolta gli occhi da quella parte, egli possa considerare che cosa il Figlio di Dio ha sofferto per lui. Porterà inoltre quelle suppellettili che gli possano essere necessarie, come un vassoio, una bacinella, una scodella, un piattino ed un cucchiaio e, subito dopo, informerà la sorella che sarà di servizio l’indomani di preoccuparsi di far pulire e mettere in ordine la casa del malato in attesa di ricevere la comunione, e di fargli giungere il vitto….

La sorella che avrà il turno di giorno, avendo prelevato dalla tesoreria quello che sarà necessario per il sostentamento dei poveri di quel giorno, preparerà il pranzo e lo porterà ai malati. Avvicinandosi loro li saluterà con gioia e carità, accomoderà il vassoio sul letto, vi sistemerà sopra una tovaglia, una scodella, un cucchiaio e del pane, farà lavare le mani agli ammalati e farà recitare il Benedicite, verserà la minestra nella scodella e metterà la carne in un piatto, accomodando ogni cosa sul sopradetto vassoio, poi inviterà con tutta la carità il malato a mangiare, per l’amore di Gesù e della sua santa Madre.

Farà tutto con amore, come se stesse trattando il proprio figlio, o piuttosto Dio stesso, che reputa fatto a se stesso il bene che lei compie ai poveri. Gli rivolgerà qualche parola del Signore; se si accorge che è molto triste, cercherà di rincuorarlo, gli affetterà la carne, gli verserà da bere, e dopo di averlo avviato a mangiare in tal modo, se c’è qualcuno che gli stia vicino lo lascerà per andare a trovare un altro povero che tratterà allo stesso modo, ricordandosi che bisogna cominciare sempre con l’ammalato che ha qualcuno che gli fa compagnia, e finire con quelli che son soli, in modo di potersi trattenere presso di loro un po’ più a lungo. Poi, la sera, ritornerà per portare loro la cena con la stessa maniera ordinata di prima.

Ogni malato avrà quanto pane gli è necessario, con un quarto di libbra di montone o di manzo bollito per il pranzo e la medesima quantità di arrosto per la cena, eccettuate le domeniche e le feste, in cui si potrà dar loro qualche pollo bollito per il pranzo, e mettere della carne tritata nella minestra della sera due o tre volte la settimana. I malati sfebbrati avranno mezzo litro di vino al giorno, metà a pranzo e metà a cena.

Il venerdì, il sabato e gli altri giorni di astinenza, riceveranno due uova con la minestra e un pezzo di burro per il pranzo, e altrettanto per la cena, preparando le uova come loro desiderano. Se si troverà del pesce a prezzo ragionevole, si darà loro soltanto a pranzo…”

E poichè lo scopo di questa istituzione non è soltanto quello di assistere i poveri corporalmente, ma anche spiritualmente, le sopraddette serve dei poveri metteranno ogni cura e studieranno di disporre a meglio vivere i malati che si giudica possano guarire, e a ben morire quelli che stessero per morire…”.

8.

(Tra le molte conversioni, Vincenzo racconta la storia assai colorita del conte de Rougement)

Ho conosciuto un gentiluomo di Bresse, il signor de Rougement, un vero uomo di mondo: era un pezzo di uomo ben fatto, che si era trovato spesso in pericolo per aver dovuto assistere altri gentiluomini che avevano qualche contesa per le mani, o per aver lui stesso sfidato a duello quelli che avevano qualcosa da ridire con lui. Me l’ha detto lui: “Non si può immaginare quante persone io abbia sfidato, ferito, ucciso…”. Conoscendo il male n cui si trovava, risolse di cambiar vita (Vincenzo si guarda bene dal dire chi lo abbia spinto a ciò…), e così fece. Dopo questo cambiamento fece tali progressi da chiedere al vescovo di Lione il permesso di tenere il SS. Sacramento nella sua cappella… Mi mise al corrente delle pratiche della sua devozione e del suo distacco dalla creature: “Sono sicuro che, se non sono attaccato a niente, potrò giungere a Dio, che è il mio unico scopo”.

Un giorno, viaggiando a cavallo, cominciò ad esaminarsi per vedere se fosse attaccato a qualcosa. Facendo dunque questa sua meditazione, si chiedeva: “Sono attaccato al mio Dio o a qualche altra cosa?” (perché esistono anche gli attaccamenti spirituali…). “Sono attaccato al mio castello?” – No. – Ma se il fuoco scoppiasse improvviso dal di dentro e lo distruggesse tutto, non proverei alcun dispiacere? – Non credo. – Se Dio permettesse una tale evenienza, mi conformerei alla sua santa volontà, nel pensiero che il Signore non aveva nè castello nè casa per sè. E al mio cappello che mi preserva dal sole e dalla pioggia, non sono forse troppo attaccato? Non amo troppo la signora contessa, o qualche altra creatura? Non sono attaccato ai miei beni e alle mie rendite?”

Dopo queste interrogazioni, riconobbe che nessuna di queste cose lo toccava minimamente. Ma i suoi occhi caddero sulla sua spada; e pensando al servizio che questa gli aveva reso in parecchie occasioni pericolose, sentì un certo attaccamento per essa e si accorse che avrebbe sofferto a disfarsene. La natura infatti gli gridava dentro: “Una spada che mi ha tante volte salvato la vita! Bisogna proprio che io la conservi!”. Ecco dunque che cosa gli suggeriva l’attaccamento: “Guardati bene dal disfartene! Che faresti se fossi sorpreso ed attaccato senza avere di che difenderti?”. L’angelo buono gli sussurrò nel cuore, mentre rivolgeva questi pensieri nella sua mente: “E bravo, hai più fiducia in questa tua spada che in Dio; hai più fede in un pezzo di ferro che nella Provvidenza di Dio. Chi ti ha dato il mezzo di uscir fuori da quei precipizi in cui tu eri caduto? Non è stato forse il pensiero che Dio ha avuto per te? E tu attribuisci tutto ciò alla tua spada?”.

Viene preso dal rimorso di coscienza che si impossessa di lui, lo fa rientrare in sè e gli fa esclamare: “Sei un bel miserabile! Ah, mio Dio, perdonatemi le mie infedeltà”.

E, nello stesso istante, scende dal cavallo e spezza quella spada contro una roccia, per non aver proprio alcun attaccamento. Ma subito provò quel sovrappiù che le anime generose ricevendo quando si liberano da ciò che non piace a Dio; provò infatti nell’anima una così grande consolazione in quello stesso momento in cui infranse la sua spada, come non aveva mai provato prima.

9.

(Dopo solo quattro mesi di permanenza in parrocchia, deve lasciarla, perchè chiamato altrove dai suoi superiori; ma sono quattro mesi che contano per l’eternità: l’origine della Società di S.Vincenzo è là. Il saluto di Vincenzo non è un arrivederci, ma un addio.)

Quando la Provvidenza m’ha condotto a Chatillon, credevo mio dovere di non lasciarvi mai; ma poichè pare che Essa ordini altrimenti, rispettiamola, voi ed io, e seguiamole sue sante decisioni.

Da lontano, come da vicino, vi sarò sempre presente nelle mie preghiere. Da parte vostra, non dimenticatevi di questo miserabile peccatore….

10.

(Vincenzo espone il suo metodo di preghiera, ispirato a quello del santo Vescovo di Ginevra Francesco di Sales)

E’ vero che in tutte le comunità si trovano parecchie persone, che sono spesso le migliori, che non riescono ad applicarsi nella meditazione per la quale occorrono immaginazione e ragionamento; ma il caro Vescovo di Ginevra ha insegnato ai suoi religiosi un altro tipo di preghiera, che possono fare anche i malati: di tenersi cioè con dolcezza davanti a Dio, mostrandogli i nostri bisogni, senza alcun’altra applicazione spirituale. Come fa un povero che denuda le sue piaghe e così commuove con maggior forza i passanti ad aiutarlo, più che se si rompesse la testa a persuaderli delle sue necessità. Si fa dunque una buona preghiera mantenendosi in tal modo alla presenza di Dio, senza alcuno sforzo di pensiero di volontà.

….. Mi ricordo di un pensiero del Vescovo di Ginevra, parole divine e degne di un sì grande uomo: “Non vorrei andare a Dio, se non è Dio a venire da me!”. Parole da meditare.

Francisco Javier Fernández Chento

Director General y cofundador de La Red de Formación Vicenciana. Javier es laico vicenciano, afiliado a la Congregación de la Misión y miembro del Equipo de Misiones Populares de la provincia canónica de Zaragoza (España) de la Congregación de la Misión. Graduado en la Universidad Oberta de Catalunya con cuatro grados (Asistente de dirección, Gestión Administrativa, Recursos Humanos y Contabilidad Avanzada). Bilíngüe Español/Inglés. gestiona y mantiene varias páginas web cristianas y vicencianas, incluida including La Red de Formación Vicenciana, de la que es cofundador. Actualmente es responsable del área de Español de .famvin, la Red de Noticias de la Familia Vicenciana. También es músico católico y ha editado varios discos. Es Director General y cofundador de Trovador, una reconocida compañía discográfica critiana de España. Trabaja en las Tecnologías de la Información, ofreciendo servicios de alojamiento, diseño y mantenimiento Web, así como asesoramiento, formación y soluciones informáticas, gestión documental y digitalización de textos, edición y maquetación de libros, revistas, flyers, etc.

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