Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo De’ Paoli. Giorno quinto

Francisco Javier Fernández ChentoVincenzo de' Paoli0 Comments

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Author: Don Bosco · Year of first publication: 1848.
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Giorno quinto. Sua carità verso il prossimo e specialmente versi de’condannati alle galere.

Benchè i bisogni de’poveri della campagna fossero il grande oggetto dello zelo di san Vincenzo, non limitavasi per altro a questi; tuttociò che portava l’impronto della miseria era di sua pertinenza. Non aveva bisogno di sollecitazioni, nè di preghiere importune, andava in cerca de’più miserabili e si affrettava a sollevare quegli stessi, i quali non avevano giammai pensato d’implorare il suo soccorso. Non così tosto ritornava dalle Missioni, che per sollevarsi dalle fatiche inseparabili da sì penoso ministero, visitava gli ospedali e le prigioni, e prodigava a’prigionieri ed a’ malati tutti i servigi che poteva. La sua inclinazione spingendolo sempre laddove trovavasi maggior quantità di piaghe da guarire, volle sapere com’erano trattati i forzati a Parigi prima di esser condotti a Marsiglia. Lo fecero entrare nelle più secrete prigioni; s’ immaginava bensì di trovarvi molta miseria, ma assai più ne trovò di quella ch’ aveva creduto. Ecco un’ idea in poche parole de’ disgraziati rinchiusi in oscure e profonde caverne, divorati da insetti schifosi, estenuati dal languore e dalla povertà, e interamente trascurati quanto al corpo e quanto all’anima.

Un trattamento sì opposto alle regole del cristianesimo e dell’umanità stessa commosse vivamente il santo Sacerdote; non si dissimulò che il rimedio ad un sì gran male costerebbe molto. Da una parte si trattava di sollevare un gran numero di miserabili, dall’altra bisognava raddolcire il loro stato senza sottrarli alla giustizia; inspirare un salutar timore de’ giudizi di Dio ad uomini che non ci avevano mai pensato, insegnare ad una moltitudine di cuori ostinati nella colpa, a santificare coll’amore e colla pazienza quei medesimi patimenti che gl’inasprivano, e che erano per essi un’ occasione così prossima e continua di bestemmia e disperazione. Per loro ventura non conosceva Vincenzo che cosa fosso difficoltà quando si trattava di procurare la gloria di Dio, e di soccorrere gli afflitti.

Ripieno ancora delle emozioni cagionategli da que’ tristi oggetti ne parlò col Signor de’ Gondi generale delle galere: gli rappresentò que’ colpevoli appartenere a lui, e mentre s’indugiava per condurli al luogo lor destinato, essere proprio della sua carità di non soffrire che restassero senza consolazione propose un. mezzo onde assisterli corporalmente e spiritualmente; il Sig. de’ Gondi lo approvò, e diede a Vincenzo un pieno potere onde eseguirlo.

Il sant’ Uomo affittò una casa, ove riunì tutti i forzati dispersi nelle diverse. prigioni della città. Non avendo per questa buona opera altri fondi tranne quelli della Provvidenza, mise in qualche modo a contribuzione quelli fra i suoi amici che erano in situazione di supplire alla sposa. Il Vescovo di Parigi prese parte a’suoi disegni, e con un monitorio del i giugno dell’ anno 1618 ingiunse a’ Parrochi, a’ Vicari ed a’ Predicatori della stessa città, di esortare i popoli a concorrere ad una sì santa impresa. Le sollecitudini che si diede Vincenzo non furono inutili, il suo esempio fu seguito da molti, talmente che si vide in grado, dopo aver rimediato ad una parte de’ bisogni del corpo, di poter cominciare a mitigar quelli dell’anima. Spesso visitava i forzati, e loro parlava di Dio con una forza piena di dolcezza, instruivali intorno alle verità della fede e alle loro obbligazioni; faceva loro sentire, che sebbene involontarie fossero le loro pene, potevano essere sopportate in un modo da essere meritorie; aggiungeva questa acquiescenza perfetta diminuirebbe la loro amarezza, e giustamente parlando, non vi erano vere pene, se non quelle che devono gastigare l’impenitenza finale per tutta l’eternità.

Questi discorsi fecero una grande impressione sopra uomini i quali non vi erano punto assuefatti, e renduti eziandio più attenti dai buoni trattamenti che di continuo ricevevano, si videro molti segni di un dolore sincero. Le confessioni generali col tempo condussero al termine ciò che le esortazioni avevano cominciato. Vincenzo ebbe la consolazione di veder uomini, i quali sovente avevano dimenticato Iddio per un lungo corso d’anni, appressarsi a’ Santi Sacramenti con disposizioni capaci di animare altresì le persone già inoltrate nella virtù.

Questo cangiamento mentre annunziava in un modo tanto sensibile la forza della mano dell’Altissimo fece molto onore al nostro Santo, sia in Parigi, che alla Corte. Non si poteva concepire come un sul uomo potesse farne sussistere tanti altri, nè con quale destrezza avesse potuto soggiogare cuori naturalmente feroci, nè ove trovasse forze bastanti per sostenere, senza posarsi un momento, tante funzioni sì varie e sì pericolose. Difatti il Santo Sacerdote trattenevasi ogni giorno per un tempo considerabile presso i forzati e rendeva loro servigi d’ogni specie. Le malattie contagiose dalle quali erano qualche volta infetti non lo respingevano; anzi richiudevasi con essi ond’ essere più in agio di consolarli e di soccorrerli.

Quando altri affari, di cui era sopraccaricato, lo chiamavano altrove, ne lasciava la cura a due virtuosi ecclesiastici dal medesimo spirito animati. Essi alloggiavano in questo nuovo spedale di forzati, vi celebravano la messa, e nudrivano ogni dì la semente quale il nostro Santo aveva sì felicemente gettata. Egli non li lasciava soli che il minor tempo possibile. il suo tesoro era in mezzo di questa terra nuovamente dissodata, il suo cuore vi era incessantemente richiamato.

Il signor de’ Gondi, egualmente sorpreso ed edificato dell’ ordine da Vincenzo stabilito in fra uomini i quali mai non ne aveano conosciuto, stabilì d’introdurlo in tutte le galere del regno. Espose al Re la grande capacità e lo zelo del nostro Santo, e gli fece comprendere che, col favore della corte non mancherebbe di procurare in molti luoghi i vantaggi che aveva già procurato a Parigi. Luigi XIII acconsentì volentieri ad una proposizione sì giusta, stabilì Vincenzo Cappellano Regio e generale di tutte le galere.

Nel 1622 Vincenzo andò a Marsiglia in soccorso de’forzati. Chi è pratico di questi luoghi capisce che il solo nome di forzato rappresenta assai spesso l’idea d’una moltitudine di scellerati, i quali nel proprio delitto detestano la sola pena che ne è la conseguenza; i quali dall’eccesso del gastigo resi insolenti e furiosi credono vendicarsi colte loro bestemmie contra Dio de’ cattivi trattamenti ricevuti dagli uomini, simili in qualche modo a quegli angeli delle tenebre, i quali puniti da Dio con tanto rigore, cangiano di luogo e di clima senza cangiar mai di situazione, perchè portano ovunque la loro prigione, le lor catene, e le loro perverse disposizioni. Al primo entrare in que’ tetri luoghi trovavasi una parte di ciò che può servire a formarsi un’idea dell’inferno: si vedeva un ammasso di disgraziati che soffrivano da disperati, e pronunziavano il nome di Dio come lo pronunziano i demoni, cioè per bestemmiarlo; che raddoppiavano i loro supplizi, maledicendo quella mano la quale li percuoteva. Alla vista di questo spettacolo il sant’Uomo si sentì commosso, ma non stette contento ad una sterile compassione.

Qual tenero padre andò a visitare quegli infelici, ascoltava i loro lamenti con molta pazienza,, piangeva con chi piangeva, baciava le lor catene e te bagnava di lagrime, alle parole univa per quanto il poteva l’elemosina, e con questa si apri la strada ai cuori; parlò ancora agli ufficiali ed impiegati, gl’indusse a trattare con maggior riguardi degli uomini che soffrivano di già assai. Le sue cure non riuscirono inutili, si vide più umanità da una parte, e più docilità dall’ altra; lo spirito di pace s’introdusse progressivamente, le doglianze si calmarono, i cappellani ordinari poterono parlare liberamente d’Iddio, delle cose dell’anima, e conobbero che gli stessi forzati sono altresì capaci di virtù.

Il Santo diede una Missione a Bordò, ove il sig. de’Gondi avendo condotto dieci galere, Vincenzo scelse venti de’ migliori operai evangelici e li distribuì due a due in ogni galera. Egli era presente dovunque; guadagnò a Dio un maomettano, il quale fu sempre sì riconoscente alla grazia che il sant’Uomo gli avea procurata, che l’onorava come padre. Ebbe il Santo la consolazione di vedere un gran numero di forzati convertirsi con tutta la sincerità del loro cuore.

Si portò pure Vincenzo a Parigi dove procurò lo stesso bene nelle prigioni instituendo un ospizio per i forzati. La Divina provvidenza lo aiutò mirabilmente inspirando una persona virtuosa dilegare sei mila lire di rendita al novello ospizio. Fu stabilito che il procuratore generale avrebbe in perpetuo l’amministrazione temporale di questa specie di spelate, le figlie delta carità sarebbero destinate al servizio de’ disgraziati, e sopra tutto degli ammalati; che ogni anno si darebbe ad alcuni preti determinati la somma di trecento lire, colta obbligazione di rendere loro lutti i servizi spirituali che i preti della Missione avevano reso fin allora. Lo zelo di questi virtuosi ecclesiastici non rallentò quello del Santo per la salvezza de’ forzati. Si adoperò di maniera che da quando in quando si facessero delle missioni, soprattutto allorchè essi erano in punto d’essere condotti alle galere, vale a dire precisamente in quel tempo, in cui essi avevano maggior bisogno di rassegnazione, ed in cui era più opportuno il disporli a fare un sant’uso delle loro pene.

La sua tenerezza per essi non limitossi solamente a’ servigi di cui parliamo, ma li sollevò nel luogo stesso ove maggiormente soffrivano. Lo stato tristo di quelli tra i forzati che ammalavano in Marsiglia l’avea commosso assai. Interamente abbandonati, sempre attaccati alle loro catene, oppressi dai dolori, pressochè consunti dal fracidume e dall’infezione, quei cadaveri tutt’ora viventi provavano gli orrori del sepolcro. Vincenzo non potè senza una profonda emozione vedere uomini formati ad immagine di Dio, cristiani redenti dal sangue di Gesù Cristo, ridotti a morire quali bestie.

Egli ricorsa al Cardinale di Richelieu; gli rappresentò l’orribile stato in cui trovavansi i forzali a Marsiglia nel tempo delle lor malattie, e la necessità di fondare un ospedale per loro. Il Cardinale fece aggradire questo progetto al Re, il quale assegnò in seguilo a sostegno dell’ ospedale dodici mila lire di annua rendita sulle gabelle della provincia, e divenne in poco tempo uno de’più comodi del regno. Vi si trovarono trecento letti, gli ammalati furono serviti da altri forzati i quali venivano sorvegliati da uomini liberi. I preti della Missione vennero incaricati dello spirituale. Questo stabilimento fu una sorgente di benedizioni per i forzati e per gli stessi maomettani; poichè tocchi costoro dalla carità che aveva il Santo per essi rendevano omaggio ad una Religione che in Gesù Cristo e per Gesù Cristo forma un popolo solo di tutti i popoli dell’universo. La Duchessa di Aguillion aveva dato a’preti della Missione quattordici mila lire, a condizione che quattro di loro s’incaricassero dell’istituzione de’forzati, i quali facessero ad essi delle missioni ogni cinque anni, allorchè le galere si trovassero a Marsiglia, o in altra parte del regno. Così un solo prete, un povero prete metteva in movimento quanto lo stato aveva di più grande per procurare a’ disgraziati, che considerava come suoi fratelli, tutti i soccorsi della più attiva carità.

«Il frutto della missione, scrisse il Vescovo di Marsiglia alla suddetta Duchessa, ha superato ogni aspettazione. Si trovaron da prima degli spiriti ignoranti e così ostinati ne’ lor peccati e talmente inospiti contra la loro misera condizione, da non voler a niun patto sentir parlare di Dio: ma poco a poco la grazia del Signore coll’opera de’Missionari ha siffattamente ammollito il loro cuore, che mostrano al presente tanta contrizione quanta ostinatezza dimostravano per l’addietro. Sareste maravigliata, Signora, se conosceste il numero di quelli che passarono lunghissimi anni senza confessarsi. « Ve ne furono di quelli che avevano trascorso venticinque anni in questo stato, e protestavano di non voler fare nulla fino a tanto che restassero nella schiavitù, ma finalmente Nostro Signore si è impadronito di loro, ed ha scacciato Satana da quelle anime sulle quali aveva usurpato un grande impero. Lodo Dio d’avervi inspirato un tanto bene (di fondare una missione); ed è l’arrivo di questi Missionari che m’ha interamente determinato a questa missione, che forse avrei differita ad altro tempo; e ciò non ostante sarebbe forse accaduto che alcuni fra di essi sarebbero morti nel miserabile stato in cui erano. lo non vi posso « esprimere quante benedizioni questi poveri forzati danno a coloro, i quali procurarono loro un soccorso cotanto salutare. Io cerco i mezzi onde possano continuare nelle buone disposizioni in cui si trovano, vado ora ad accordare l’ assoluzione a quattro « eretici, che furono convertiti nelle galere, (per cura di Vincenzo) altri ve ne sono che hanno la medesima disposizione; poiché queste cose straordinarie li commo vono assai.»

In un’altra missione trenta eretici in circa fecero Ia loro abiura, un turco fu battezzato sulla galera, altri nove lo furono egualmente ma con maggior solennità nella Chiesa Cattedrale, ove furono condotti come in trionfo alla vista di un gran popolo il quale benediceva Dio. Il disegno de’ Missionari nel rendere solenne quell’azione, era di scuotere qualche altro turco, che sembrava esitare. La conversione di questi dieci musulmani era scala preceduta da quella di altri sette battezzati dal Vescovo di Marsiglia. Quanto mai queste cose sono preziose agli occhi di colui, il quale lascia le novantanove pecore nel deserto, per correre dietro ad una sola smarrita. Fecero i missionari di quando in quando delle missioni sopra le galere sia a Marsiglia, che a Tolone; tutte hanno impedito de’ grandi mali, ed aumentarono il numero degli eletti.

 Frutto. Chi non può prestarsi per li detenuti, si presti per li schiavi del demonio animando e consigliando altri a lasciare il peccato e porsi in grazia di Dio.

Francisco Javier Fernández Chento

Director General y cofundador de La Red de Formación Vicenciana. Javier es laico vicenciano, afiliado a la Congregación de la Misión y miembro del Equipo de Misiones Populares de la provincia canónica de Zaragoza (España) de la Congregación de la Misión. Graduado en la Universidad Oberta de Catalunya con cuatro grados (Asistente de dirección, Gestión Administrativa, Recursos Humanos y Contabilidad Avanzada). Bilíngüe Español/Inglés. gestiona y mantiene varias páginas web cristianas y vicencianas, incluida including La Red de Formación Vicenciana, de la que es cofundador. Actualmente es responsable del área de Español de .famvin, la Red de Noticias de la Familia Vicenciana. También es músico católico y ha editado varios discos. Es Director General y cofundador de Trovador, una reconocida compañía discográfica critiana de España. Trabaja en las Tecnologías de la Información, ofreciendo servicios de alojamiento, diseño y mantenimiento Web, así como asesoramiento, formación y soluciones informáticas, gestión documental y digitalización de textos, edición y maquetación de libros, revistas, flyers, etc.

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