Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo De’ Paoli. Giorno decimoterzo

Francisco Javier Fernández ChentoVincenzo de' Paoli0 Comments

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Author: Don Bosco · Year of first publication: 1848.
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Giorno decimoterzo. Delle sue massime.

Il pensiero della morte è il mezzo più efficace per farci fuggire il male ed animarci al bene. Questo pensiero suggeriva Vincenzo per sostegno della virtù; tuttavia non voleva che tale pensiero occupasse la mente sino al pericolo d’alterare la confidenza cristiana. «È cosa molto salutare il pensar all’ultima sua ora, diceva ad una persona che ne aveva grande apprensione, il Figlio di Dio l’ha raccomandato; ma questo pensiero deve avere le sue regole ed i suoi limiti; non è necessario nè meno espediente, che l’abbiate di continuo presente, basterà che ve ne occupiate due o tre volte al giorno, senza fermarvi lungamente su di esso, neppure dovete soffermarvi su di esso in caso che continui a darvi troppa inquietudine.»

«Lo spirito umano, diceva parlando degli gli errori, è pronto e irrequieto, i talenti i più vivaci e più illuminati non sono sempre i migliori, se non sono in pari tempo i più guardinghi: cammina sicuramente colui che non travia dalla strada seguita dalla maggior parte de’ saggi.»

Il Santo dalla maggior delle precipitazioni; e soleva dire che la celerità nelle deliberazioni conduce a’ passi i più falsi, ma quando aveva deciso era tanto pronto nell’esecuzione, quanto era stato lento e circospetto nell’esame. Allora sia che l’evento riuscisse o no favorevole, era tranquillo, appoggiato sulla dottrina de’ Padri, i quali insegnano che il saggio non deve giudicare delle cose dal successo, aia dall’ intenzione e dalla proporzione de’ mezzi; e che un affare ben combinato può riuscire male, mentre che un altro azzardato temerariamente finisce talora in bene.

La dottrina del Vangelo era l’unica regola della sua vita.. «Dicendosi dottrina di Gesù Cristo, ripeteva egli, è come si dicesse una rupe inconcussa. Le verità eterne sono seguite infallibilmente, e rovinerà il cielo piuttosto, che venga a mancare la dottrina di Gesù Cristo.»

Sull’articolo della discrezione diceva che i demoni si prendon giuoco delle buone opere palesi e divulgate senza necessità, e che somigliano a mine non turate, le quali fanno rumore e non producono effetto. Consigliando a’suoi penitenti il santo esercizio della presenza divina, il servo di Dio diceva che nulla bisognava fare in privato di ciò che non si oserebbe fare in una pubblica piazza, perchè la presenza d’Iddio doveva produrre sui nostri spiriti impressione maggiore di quella, che produrrebbe la vista di tutte le creature riunite.

Bisogna, secondo Vincenzo, cogliere il momento opportuno per tare una correzione fraterna. lo non so se i figli del secolo gli perdoneranno la seguente massima; essere preferibile di trovarsi in preda agl’insulti ed alla rabbia dell’inferno, che vivere senza croci e senza umiliazioni. Riguardava come esposto ad un prossimo pericolo di perdersi un uomo, cui ogni cosa riesce bene e che non ha contraddizione alcuna da sopportare.

«L’orazione è necessaria a coloro che si consacrano al servizio degli altari, quanto al soldato la spada. Un edilizio, di cui Dio non è l’architetto, non può sussistere lungamente. Una comunità che osserva con esattezza il silenzio è estremamente fedele a tutte le altre sue costituzioni; quando invece in quella ove ognuno parla a talento, d’ordinario non si osservano ne regole, nè ordine.»

La grande massima del Santo intorno alla vocazione era, che spetta a Dio solo di scegliersi i suoi Ministri, e che le vocazioni prodotte dall’artifizio, e mantenute da una specie di mala fede, disonorano il gregge moltiplicandole. Per evitare il primo di questi due difetti si fece una regola inviolabile di non dire giammai una parola a chicchessia per determinarlo ad entrare nella sua congregazione, e proibì a’suoi di sollecitare alcuno. Ogni passo in questo genere gli sembrava un delitto, e lo riguardava quale attentato contro a’ disegni d’Iddio; neppure soffriva che si facessero propendere coloro stessi che dimostravano averne l’inclinazione; in quelle occasioni faceva loro osservare che un’ impegno di tanta importanza esige molte riflessioni, perciò bisogna pensarvi con maturità ed al cospetto d’ Iddio; essere per un particolare una ben piccola fortuna il divenire missionario, ma essere un punto capitale per tutto il corpo di non avere di quelli che non sieno legittimamente chiamali. I Certosini e molti altri Ordini, che esigevano da’ loro postulanti che passassero alcuni giorni a San Lazzaro onde consultare Dio nel ritiro, avevano ragione di far conto sulla sua probità. Il distogliere qualcheduno da un ordine, al quale era chiamato, parevagli un furto, un sacrilegio. «Cercando di appropriarci quello che Dio non ci vuoi dare, diceva a’ suoi, non faremo che contrariare la sua santa volontà, ed attirare su di noi la sua indignazione. Spetta al Padre di famiglia la scelta de’suoi operai. Un missionario presentato dalla paterna sua mano farà da se solo più bene di quello ne farebbero molti altri, la cui vocazione fosse men pura. Dobbiamo dunque da una parte pregare il Signore che mandi nel suo campo uomini capaci di farne la raccolta, e dall’altra porre ogni studio onde vivere tanto bene, che i nostri esempi siano per loro un incentivo a lavorare con noi, se Dio ve li chiama.» Per evitare il secondo difetto, che partecipa di ciò che le leggi qualificano di dolo e mala fede, il Santo non imitò già coloro i quali non presentano alla gioventù che dei fiori nel noviziato, e non palesano le spine se non quando ha oltrepassato l’ultimo studio della carriera. Nulla v’ha nel piano dei noviziato che possa abbattere la natura, ma vi ha tutto quello ch’ è necessario per far sentire il peso delle obbligazioni, che ne sono il termine. Non si esigono in esso cilizi nè catene, nè cinture di ferro, nè discipline, nè altri digiuni fuori di quelli che obbligano tutti i fedeli, ma in contraccambio vi si vuole ciò che ordinariamente costa molto di più, vale a dire una grande separazione dal mondo, una vita ritiratissima, molta umiltà, grande mortificazione, estrema vigilanza su di se stesso, fedeltà inalterabile per tutti i propri doveri, e se possibil tosse, un fondo inesauribile di quella santa unzione, che deve sostenere un giorno e consolare uomini pel proprio stato dedicati a tutto ciò che il ministero ha di più penoso e di più ripugnante. Voleva che i missionari fossero pronti a dare la loro vita per amore di Gesù Cristo, come egli ha dato la sua per la salvezza di tutti. «Vedonsi ogni giorno, diceva Toro, de’negozianti che per un guadagno mediocre attraversano i mari esponendosi ad una infinità di pericoli. Avremo noi minor coraggio di loro’. Le pietre preziose di cui eglino vanno in traccia valgono forse più delle anime che sono l’oggetto de’ nostri sudori; delle nostre fatiche, de’ nostri viaggi? »

A’ religiosi che brigano per le dignità ecclesiastiche diede il Santo una bella lezione nella persona di uno che a lui si raccomandava Un celebre religioso che aveva predicato con successo sui primi pergami del Regno gli rappresentò i suoi prolungati lavori, l’austerità della sua regola, la diminuzione delle sue forze, ed il timore che aveva di non poter continuare più a lungo a prestare i servigi che aveva fino allora resi alla Chiesa; soggiunse aver pensato ad uno spediente, per cui avrebbe potuto ancora lavorare con vantaggio; che la dignità episcopale lo dispenserebbe dal digiuno e dalle altre austerità dei suo ordine, e lo metterebbe in grado di predicare con maggior vigore e frutto; che faceva capitale della sua amicizia per fargli ottenere la nomina dal ile. Il servo d’ Iddio fece intendere a quel religioso l’ idea, da cui era inebbriato, essere una tentazione del demonio: e dopo avergli testificato l’alta stima che professava al suo ordine e a lui particolarmente, gli disse che col successo con cui onorò le sue funzioni Dio aveva manifestato di volerlo appunto nello sfato da lui abbracciato. e non esservi apparenza che volesse farnelo uscire: che se Dio lo destinava all’episcopato avrebbe saputo trovare i mezzi di farvelo pervenire, senza ch’egli lo prevenisse.

«Ma, soggiunse Vincenzo, troverei qualche cosa a ridire sul farvi avanti voi stesso: voi non avreste motivo di sperare le benedizioni de! cielo in un cangiamento il quale non può essere desiderato né procurato da un’anima veramente umile come la vostra. D’altronde privando il vostro ordine di un uomo che lo sostiene co’suoi esempi, che gli da credito colla sua erudizione e che n’è una delle principali colonne, gli fareste un torto considerevole. Aprendo questa porta porgereste occasione ad altri o di sforzarsi d’ uscire dal loro ritiro, o almeno di concepire del disgusto per gli esercizi di penitenza; al pari di voi troverebbero de’ pretesti per addolcire que’ rigori salutari; perchè la natura si stanca delle austerità, e se consulta se stessa, dirà che sono eccessive, che bisogna moderarsi per vivere lungamente e servire vie più a Dio, laddove nostro Signore dice: Chi ama l’anima sua la perderà e chi l’odia la salverà.

Voi sapete meglio di me, reverendo Padre, tutto ciò che si può dire su di questo proposito, e non oserei di palesarvi il mio modo di pensare se non me lo aveste comandato. Ma forse voi non porgete attenzione alla corona che vi è preparata. Oh Dio! quanto sarà bella! avete già tanto operato per meritarvela, e forse ben poco vi rimane più a fare. È necessaria la perseveranza nel cammino in cui siete entrato, cammino che conduce alla vita. Avete di già superato le più gravi difficoltà; dovete dunque farvi coraggio e sperare che Dio vi concederà la grazia di vincere le minori. Per tal modo Vincenzo troncava ogni germe d’ambizione e persino di quella che, nascosta sotto i colori del bene, seduce qualche volta uomini pieni di virtù e di lumi.

Vincenzo combatteva a ferro e fuoco la maldicenza e la gelosia, crudeli passioni le quali non la perdonano al merito domestico, nè al merito straniero. Diceva che i dardi dell’invidia e della detrazione non feriscono il cuore di quelli contra cui sono scagliati, se non dopo di aver trapassato da parte a parte il cuor di Gesù Cristo.

Coloro ette si approssimano alla santa comunione col fervore di Zaccheo non devono biasimare coloro i quali se ne allontanano coll’umiltà del pubblicano. Nulladimeno la lunga sua esperienza intorno a’ maravigliosi effetti dell’Eucaristia lo spingeva a sollecitare ognuno di mettersi in grado di riceverla degnamente e frequentemente. «Avete un poco mal fatto, scriveva ad una pero sana sua penitente, ritirandovi oggi dalla santa comunione per la pena interna che avete provato. Non vedete forse ch’è una tentazione, e con ciò la date vinta al nemico di questo adorabilissimo Sacramento! Pensate forse divenire più capace e meglio disposta ad unirvi a nostro Signore allontanandovi da lui? Oh! siate sicura che se aveste un tal pensiero, v’ingannereste a partito. Non bisogna maravigliarci se ci allontaniamo dalla tavola del Signore: giacchè la natura vi guadagna, mentre, soltanto a caro prezzo si acquistano e si conservano le disposizioni necessarie. La vigilanza su di se stesso è un fardello di cui si scarica volentieri….. Una donna di merito aveva da molto tempo per pratica, dietro il consiglio del suo direttore, di comunicarsi due volte la settimana. La curiosità, e noti so quale bizzarro desiderio di perfezione, la indussero a cangiare di confessore; la frequente comunione fu il primo peccato di cui egli volle che si correggesse. Così la signora si comunicò da principio una volta la settimana; fu in seguito rimessa alla quindicina e poi finalmente al mese. Tutto il frutto che ricavò da questa privazione fu che a poco a poco lo spirito di vanità, d’impazienza, di collera e di altre passioni s’impadronirono di lei. Le sue imperfezioni si moltiplicarono e si trovò alfine in una situazione molto deplorabile.

Ne cercò la causa e la trovò ne’ consigli del nuovo direttore; consigli perniciosi, poichè produssero effetti cotanto cattivi. Quella signora con miglior consiglio ripigliò l’abbandonata sua pratica, convinta ormai che per comunicarsi spesso bisogna ben vivere, come per ben vivere bisogna comunicarsi sovente. Nella frequenza dei divini Misteri trovò il riposo della sua coscienza ed il rimedio a tutti i suoi difetti.»

Frutto. Del prossimo parlar bene o tacere affatto.

Francisco Javier Fernández Chento

Director General y cofundador de La Red de Formación Vicenciana. Javier es laico vicenciano, afiliado a la Congregación de la Misión y miembro del Equipo de Misiones Populares de la provincia canónica de Zaragoza (España) de la Congregación de la Misión. Graduado en la Universidad Oberta de Catalunya con cuatro grados (Asistente de dirección, Gestión Administrativa, Recursos Humanos y Contabilidad Avanzada). Bilíngüe Español/Inglés. gestiona y mantiene varias páginas web cristianas y vicencianas, incluida including La Red de Formación Vicenciana, de la que es cofundador. Actualmente es responsable del área de Español de .famvin, la Red de Noticias de la Familia Vicenciana. También es músico católico y ha editado varios discos. Es Director General y cofundador de Trovador, una reconocida compañía discográfica critiana de España. Trabaja en las Tecnologías de la Información, ofreciendo servicios de alojamiento, diseño y mantenimiento Web, así como asesoramiento, formación y soluciones informáticas, gestión documental y digitalización de textos, edición y maquetación de libros, revistas, flyers, etc.

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