Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo De’ Paoli. Giorno decimoquarto

Francisco Javier Fernández ChentoVincenzo de' Paoli0 Comments

CREDITS
Author: Don Bosco · Year of first publication: 1848.
Estimated Reading Time: 7 minutes

This is a serialized work. Parts: 

Giorno decimoquarto. Sua mortificazione.

Se è glorioso di seguire il Signore, bisogna pur confessarlo, che nulla costa maggiormente alla natura; poichè il primo passo che debbono fare coloro che vogliono seguir Dio, quello si è di rinunciare a se stessi e portare la loro croce. Questo il Santo trovava assai difficile, ma lo fece in tutti i momenti di sua vita; e colla più esatta verità si è detto di lui, che all’ombra d’una vita comune la mortificazione interna ed esterna è forse fra tutte le virtù quella che praticò più costantemente.

Per mortificazione interna quella intendo la quale ha per oggetto immediato il giudizio, la volontà, le inclinazioni del cuore, e le tendenze le più dolci della natura. Per mortificazione esterna intendo quella che crocifigge tutti i sensi.

La sua mortificazione interna si ravvisa sensibilmente nella riforma quale fece del suo naturale. Si può ben combattere la propria natura, che quasi sempre ricompare. So vien raffrenata nelle occasioni prevedute, si svela nelle subitanee; son pochi gli uomini i quali, studiando un altr’uomo, almeno al lungo andare, non iscoprano in lui ciò che noti avevano scorto de prima. Vincenzo aveva naturalmente l’aspetto severo ed alquanto aspro; nulladimeno seppe si ben violentarsi che fu sempre considerato da quanti lo conobbero qual modello di dolcezza e di affabilità. Riguardava egli stesso questo cangiamento come una specie di miracolo e to attribuiva alla compassione di chi Io aveva avvertito di prendere un aspetto metto cupo e meno austero. Combatteva con tanta forza l’amor proprio che giudicando di lui dalle sue apparenze, sarebbesi dubitato se da quel lato fosse figlio di Adamo; nulla occultava di ciò che poteva farlo disprezzare; nascondeva quanto poteva ridondare a sua gloria. Il segretaro del Re era stato schiavo in Algeri e sapeva che Vincenzo eralo stato in Tunisi. Raccontando egli volentieri le sue avventure al Santo, avrebbe gradito assaissimo gli raccontasse le proprie. Lo metteva espressamente in argomento per farlo parlare, ma confessa sulla sua deposizione che non potè mai ottenere una sola parola su questa materia. Venti liste ebbe occasione di parlarne in onorevoli assemblee, e venti fiate stette in silenzio.

Quella specie d’indifferenza che sembrò avere per i suoi parenti era in lai l’effetto della più viva e della più perseverante mortificazione. «Pensate forse, diceva a qualcheduno che lo sollecitava di giovar loro, pensate forse che non ami i miei parenti? Io provo per essi tutti i sentimenti di tenerezza e di affetto come qualunque altro può avete per li propri, e questo amor naturale mi sollecita molto di assisterli; ma elevo operare secondo i movimenti della grazia e non secondo quelli della natura, e pensare a’poveri più abbandonati senza arrestarmi a’ vincoli dell’ amicizia e della parentela. Devo imitare il Salvatore, il quale in una pubblica occasione sembrò non conoscere madre ne fratelli, e riguardare nell’impiego delle mie elemosine conte miei parenti più prossimi non già quelli che lo sono diffatti, ma bensì quelli i quali hanno maggior bisogno di essere sollevati. Ohimè! i miei parenti non sono essi molto felici? e possono forse trovarsi in uno stato migliore di quello in cui eseguiscono la sentenza di Dio, la quale ordina che l’ uomo guadagni il pane col sudore della sua fronte?» Il Santo seguiva questi principi anche quando avrebbe assolutamente potuto allontanarsene. Un suo amico gli diede cento doppie per i suoi parenti: l’uomo di Dio non le rifiutò, ma disse al benefattore che la sua famiglia poteva vivere com’era vissuta fin allora; quel nuovo soccorso non servirebbe a renderla più virtuosa, anzi credeva che una buona missione fatta nella loro parrocchia avrebbe maggior valore al cospetto di Dio e degli uomini. Quell’amico si arrendè a tali ragioni; ma il Santo non trovò l’ occasione d’eseguire il progetto: le guerre civili che sopraggiunsero desolarono la Guienna; i parenti di Vincenzo de’Paoli furono dei più malconci, ogni cosa fu loro tolta, e alcuni persino vi perdettero la vita. II sant’ uomo riconobbe allora essere stato per una particolare disposizione delta Provvidenza elio non avesse potuto dare quella missione. Benedì Iddio per una protezione sì speciale e visibile. Fece partire con tutta fretta il soccorso che il cielo aveva preparato alla sua famiglia. E questo è il solo bene che fece a’suoi parenti un uomo cui sarebbe stato facilissimo di procurare loro una vita comoda e per inclinazione spinto a toglierli dalla miseria.

Prova della mortificazione interna del nostro Santo è la perfetta sua eguaglianza di spirito. Ei l’ebbe in grado eminente. La sua storia ne somministra delle prove tali che si dificolterebbe a trovarle nella vita dei più gran santi. L’abbiamo veduto tranquillo nelle turbolenze della guerra come in seno della pace; nelle malattie come nella più florida sanità; ne’ buoni successi come nei più disgustosi avvenimenti. Per giungere fino là bisogna in qualche modo non vivere più, o non vivere, come S. Paolo, che della vita di Gesù Cristo. Bisogna aver sepolto l’uomo vecchio con tutti i suoi desideri, bisogna non conoscere più inclinazione nè tendenza.

Non fu già così della sua mortificazione esteriore: benchè abbia usata tutta la precauzione per nasconderne una parto, e pei travisarne l’altra, fu bastantemente conosciuto per giudicarlo degno di avere un posto nel numero de’ più illustri penitenti. Ecco ciò che si rileva dal processo di sua canonizzazione.

Vincenzo non si coricava quasi mai che verso mezzanotte, perchè i grandi e moltiplico affari de’quali era sopraccaricato non gli permettevano di farlo prima. Il suo letto consisteva in un cattivo pagliericcio: sano o infermo alzavasi regolarmente a quattr’ore del mattino. Al suo svegliarsi si disciplinava: un fratello, la cui stanza era attigua alla sua, assicurò non aver mai tralasciato questo esercizio in dodici anni che fu suo vicino. A questa austerità ne aggiungeva altre per chiedere a Dio delle grazie particolari per calmare la collera in tempo delle pubbliche calamità. Il cilizio, i braccialetti, le cinture con punte erano anch’essi strumenti di cui usava famigliarmente; ma il cilizio particolare di cui servivasi di tempo in tempo e che esiste tuttora, fa tremare coloro perfino che sono più abituati alla mortificazione. Del resto, a caso soltanto si scopri il grado e la misura della sua penitenza, perchè era tanto premuroso di tenerla occulta, quanto ardente in praticarla.

Ogni giorno, ed anche negli inverni più rigidi, impiegava tutte le mattine più di tre ore nell’orazione, nel prepararsi a celebrar la santa messa e nel ringraziamento. Stava in ginocchio sul nudo pavimento senza aver mai permesso si coprisse con una stoia it posto in cui aveva costumanza di collocarsi; nemico e quasi carnefice del suo corpo, malgrado l’enfiagione delle sue gambe e una febbre quartana che lo coglieva due tempi dell’anno, lavorava con tanta esattezza come se avesse goduto della miglior sanità. Oltre i digiuni prescritti dalla Chiesa, e da’ quali giammai si dispensò, digiunava ordinariamente due volte per settimana, nè le sue infermità, nè la sua vecchiezza poterono fargliene tralasciare l’abitudine: il suo nutrimento fu sempre dei più comuni; non vi era alcuna differenza fra lui e l’ultimo de’suoi nè per la quantità, nè per la qualità de’ cibi; sceglieva sempre a preferenza nella sua porzione il meno appetente, e per timore di allettare la sensualità, quale s’insinua dovunque, spargeva di tempo in tempo sugli alimenti una polvere amara che rendevali disgustosi. In qual si voglia luogo si trovasse, beveva e mangiava pochissimo, non già per mancanza d’appetito, ma perchò erasi fatta una legge di non mai soddisfarlo. Allorchè trovavasi alla seconda mensa, si frammischiava a’ domestici perchè gli fossero dati come ad essi gli avanzi della prima; se giungeva dopo ch’erasi sparecchiato, e che si era levato il suo vino, mai ne dimandava e si contentava d’acqua pura, malgrado non vi fosse chi avesse maggior bisogno di lui di acquistare delle forze. Per quanto tardi ritornasse in casa per pranzare, fossero anche due o tre ore pomeridiane, ora sempre digiuno.

All’età di 60 e più anni digiunava nella quaresima più rigorosamente di un uomo robusto nel fiore della sua età. Il merluzzo, l’aringa e gli altri salumi erano il suo nutrimento, come lo erano per la comunità. Si tentò d’ingannarlo servendolo alla seconda tavola con pesce fresco in luogo del pesce salato ch’erasi dato a’suoi fratelli, ma quell’innocente artifizio fu ben presto scoperto da un uomo, che l’ amore della mortificazione rendeva vigilante. S’informava di ciò ch’erasi dato agli altri, e bisognava trattarlo al pari di essi, altrimenti nulla avrebbe mangiato. Alla sera un tozzo di pane, una mela e dell’acqua tinta di vino formavano la sua cena. Qualche volta benchè non giorno di digiuno e di astinenza se giungeva a casa un po’ tardi, si ritirava senza mangiare.

Non impiegando la sua lingua che per raccomandare la virtù; combattere il vizio, solo dava ascolto a’ discorsi che tendevano al bene. La sua regola era di chiudere l’orecchio alle vane curiosità, alle notizie inutili, e molto più a quelle che potevano intaccare la carità. Per ciò che concerne il gusto, avevalo assoggettato fino ad un punto straordinario. Il freddo ed il caldo, il buono ed il cattivo erano per lui cose indifferenti. Ci son poche persone delle quali non si possa dire che preferiscano un tal genere di alimenti ad un altro: Vincenzo, qualunque fosse lo studio che avessero fatto del suo appetito i figli di lui impegnati a conservarlo, noi poterono mai ravvisare: prendeva a lunghi sorsi e a varie riprese le medicine più amare e più disgustose, e non mangiava se non perchè è ingiunto all’uomo di non lasciarsi morir di fame.

Soleva dire che la vera mortificazione non la perdona nè all’anima, nè al corpo; che sacrifica il giudizio, la volontà, i sensi, le passioni, le inclinazioni le più dolci e le più naturali: il giudizio, conducendo l’uomo a stimare le proprie idee meno delle altrui; la volontà, facendole seguire l’esempio del Salvatore, il quale nell’intero corso di sua vita non fece mai la propria, ma sempre quella del suo celeste Padre: quæ plavita sunt ei facio semper: i sensi, tenendoli soggetti a Dio, e soprattutto vegliando attentamente sulla curiosità di vedere e di udire, curiosità tanto pericolosa e che ha tanta forza da distogliere lo spirito da Dio; le stesse inclinazioni naturali, e principalmente quella che domina in molti di conservare la sanità erano per lui l’oggetto di mortificazione. «Perchè, andava dicendo, una tale immoderata sollecitudine di stai bene, e l’eccessivo timore di soffrire qual« che incomodo, che scorgesi in alcuni, i quali ripongon ogni loro attenzione alla cura della loro misera vita, impediscono grandemente di servire a Dio, togliendo la libertà di servire a Gesù Cristo. Oh! miei fratelli, noi siamo i discepoli eli quel Divin Salvatore; e nulladimeno egli ci trova simili a’ schiavi incatenati; ed a chi? ad un po’ di salute…. O mio Salvatore! dateci la grazia di liberarci da noi stessi; fate, se pur vi piace, che abbiamo in odio noi medesimi onde amarvi con maggior perfezione. Voi che .d’ogni perfezione siete la sorgente, come siete il nemico mortale della sensualità, « dateci lo spirito di mortificazione e la grazia di resistere sempre all’amor proprio, ch’è il germe di tutte le nostre sensualità.»

Nemico implacabile della sensualità la combatteva fino nelle apparenze. «Non trovasi vizio, diceva a’ suoi figli; che più di questo sia opposto allo spirito che deve animarvi, e sia più capace a farvi perdere il gusto delle vostre funzioni. Un missionario deve vivere come se non avesse corpo, e non deve temere nè il caldo, nè il freddo, nè le malattie, nè la fame, nè le altre miserie della vita. Egli deve stimarsi felice di soffrire qualche cosa per Gesù Cristo, e se fugge i travagli, la fatica e gl’ incomodi, è indegno del suo nome, e a nulla può servire. Un piccolo numero di preti che avranno rinunciato a’loro corpi ed alle lor soddisfazioni faranno maggior bene di quello che ne farà una folla d’altri, i quali non hanno timore più grande di quello d’ indebolire la propria salute. Costoro si credono saggi, e la loro saggezza è carnale; sono spiriti di carne. Guai a colui, che fugge le croci, perchè ne troverà altre tanto pesanti che lo opprimeranno.»

Frutto. Fate quest’oggi qualche astinenza in onore di Maria santissima.

Francisco Javier Fernández Chento

Director General y cofundador de La Red de Formación Vicenciana. Javier es laico vicenciano, afiliado a la Congregación de la Misión y miembro del Equipo de Misiones Populares de la provincia canónica de Zaragoza (España) de la Congregación de la Misión. Graduado en la Universidad Oberta de Catalunya con cuatro grados (Asistente de dirección, Gestión Administrativa, Recursos Humanos y Contabilidad Avanzada). Bilíngüe Español/Inglés. gestiona y mantiene varias páginas web cristianas y vicencianas, incluida including La Red de Formación Vicenciana, de la que es cofundador. Actualmente es responsable del área de Español de .famvin, la Red de Noticias de la Familia Vicenciana. También es músico católico y ha editado varios discos. Es Director General y cofundador de Trovador, una reconocida compañía discográfica critiana de España. Trabaja en las Tecnologías de la Información, ofreciendo servicios de alojamiento, diseño y mantenimiento Web, así como asesoramiento, formación y soluciones informáticas, gestión documental y digitalización de textos, edición y maquetación de libros, revistas, flyers, etc.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *