Il cristiano guidato alla virtù ed alla civiltà secondo lo spirito di San Vincenzo De’ Paoli. Giorno decimoprimo

Francisco Javier Fernández ChentoVincenzo de' Paoli0 Comments

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Author: Don Bosco · Year of first publication: 1848.
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Giorno decimoprimo. Dell’ umiltà di S. Vincenzo de’ Paoli.

Sono pochi i Santi che abbiano spinto l’umiltà sì oltre come Vincenzo. «Un virtuoso ecclesiastico disse, che giammai si è trovato sulla terra ambizioso, che abbia avuto tanta frenesia per conseguire la stima e l’innalzamento o la gloria, quanto ardore ebbe il santo Uomo per l’abbiezione, pel disprezzo e per tutto ciò che si può immaginare di più proprio onde umiliare e confondere.» Per giudicare quanto questo ritratto fosse veritiero, basta riflettere che Vincenzo si riguardò sempre come un uomo per niente adattato a trattare lo cose dei Signore. Riguardava gli onori a lui resi come una di quelle piaghe colle quali Dio colpisce i suoi nemici; perciò ben lungi dal giustificarsi quando era accusato, si metteva subito dalla parte de’ suoi censori; aveva l’arte di trovarsi colpevole allorchè era innocentissimo; condannava i suoi più leggieri difetti con maggior rigore di quello che gli altri non condannavano i loro più gravi disordini. Il Figlio di Dio quantunque sia sempre stato lo splendore della gloria del Padre e l’immagine di sua sostanza, pure ha voluto essere riguardato come l’obbrobrio degli uomini. ed il rifiuto della plebe. Erano questi i sentimenti, comunque contrari alla natura, ch’egli formava e nudriva di se stesso; e ciò che sorprende vie più si è che, malgrado il bene fatto e gli applausi ricevuti, giammai li perde di vista. Allorchè. arrivò a Parigi si fece nominare Vincenzo e non de’ Paoli, temendo d’ essere riguardato come una persona distinta: alla Corte ove la nascita rappresenta alle volte la parte migliore dei merito, pubblicò di essere il figlio d’un povero contadino. Se a questi tratti che lo caratterizzano già abbastanza, si aggiunge che Vincenzo preferiva un merito comune ad un merito brillante; ch’era sua regola di non farsi conoscere altro che dal lato più debole, e di scegliere sempre fra due pensieri il più comune ed il meno proprio a farlo risaltare, sarà difficile di non riconoscere che, per trovare la vera umiltà sulla terra, bisognava cercarla in Vincenzo de’Paoli.

Diffatti non si presentò mai occasione alcuna di umiliarsi, che non la cogliesse con trasporto, o piuttosto la cercava quando non gli si offeriva spontanea. Un giorno mentre accompagnava un ecclesiastico alla porta di san Lazzaro, una povera donna credendo apparentemente di fargli la corte, gli disse Monsignore, fatemi elemosina. «Oh donna mia, le rispose Vincenzo, mi conoscete, assai male, perchè io non sono che il figlio di un povero contadino.» Un’altra avendogli detto collo stesso fine, ch’essa era stata fantesca della signora sua madre, il Santo rispose d’ innanzi a tutti coloro che erano presenti: «Mia buona donna, voi mi prendete per un altro; mia madre non ebbe mai domestica, avendo ella stessa servito, ed essendo la moglie, come io sono il figlio, di un povero contadino.»

Ma non solo dal lato della nascita Vincenzo faceva spregio di se stesso, eziandio da quello dello spirito e del cuore si sfigurava fino a travisarsi. «Sono più di trent’anni, scriveva alla Superiora d’un monastero della Visitazione, che ho l’onore di servire le vostre case di Parigi, ma oimè! non sono per questo divenuto migliore, io che dovrei aver fatto un così grande progresso nella virtù, alla vista di quelle anime incomparabilmente sante… Vi supplico umilmente di aiutarmi a dimandare perdono a Dio del cattivo uso che ho fatto di tutte le sue grazie.»

«Vi offerirò a Dio, poichè me l’ordinate, disse un giorno ad una persona che erasi assai raccomandata alle sue preghiere, ma più di tutti ho bisogno io stesso del soccorso delle anime buone, attese le grandi miserie che aggravano il mio spirito, e che mi fanno riguardare le buone opinioni che si hanno di me, come un gastigo della mia ipocrisia, la quale fa che sia creduto tutt’altero di quel che sono. Oimè! io sono inutile ad ogni bene, ed atto soltanto ad ogni male.»

Uno de’suoi avendogli scritto, che il superiore ch’egli aveva spedito in una delle sue case non era bastantemente civilizzato pel luogo della sua destinazione, Vincenzo, dopo avergli molto lodato quel superiore, la cui solida virtù valeva assai più della urbanità di molti altri, non tralasciò di mettere se stesso alla censura. «Ed io come son fatto? come è che fui sofferto finora nell’ incarico che ho, essendo il più ridicolo, il più rustico ed il più sciocco di tutti fra le persone di condizione colle quali io non saprei dire sei parole di seguito senza lasciar travedere che non ho punto di spirito, nè di giudizio. ma il peggio si è, che non ho alcuna virtù che m’avvicini alle persone di cui trattasi?»

Vincenzo parlava del corpo intero della sua congregazione a un dipresso come parlava di lui: tutte le comunità gli sembravano sante e rispettabili, e, a sentir lui, la sua nemmeno meritava di essere considerata. Un de’suoi preti fece di suo proprio movimento stampare un ristretto dell’instituto, de’ progressi e dei lavori della congregazione. Vincenzo se ne lagnò con lui stesso: «Fu stampato nelle vostre parti il ristretto del nostro instituto. Io n’ebbi un dolore tanto sensibile, che non ve lo posso esprimere, essendo cosa affatto opposta all’umiltà il pubblicare ciò che siamo, e ciò che facciamo…. Se v’è qualche bene in noi e nella nostra maniera di vivere, ciò spetta a Dio, e tocca a lui il manifestarlo se lo giudica conveniente. Ma quanto a noi, che siamo poveri, ignoranti e peccatori, dobbiamo nasconderci come inutili ad ogni bene, e come indegni che si pensi a noi. Si è perciò che Dio mi ha fatto la grazia di star fermo fino al presente, per non acconsentire che si facesse stampare cosa alcuna, la quale tendesse a far conoscere e stimare la compagnia, abbenchè ne sia stato vivamente sollecitato, ed ancor meno avrei permesso la stampa d’una cosa che riguarda l’essenza e lo spirito,la nascita ed i progressi, le funzioni ed il fine del nostro istituto. Volesse Iddio che dovesse ancora formarsi. Ma poichè non v’ha più rimedio non dirò più oltre; vi prego solamente di nulla fare mai più che riguardi la compagnia senza prima avvertimene.»

Se la carità lo avesse permesso, Vincenzo avrebbe lodato chiunque avesse denigrato la sua congregazione, più di chi avesse cercato di farle onore. Ed è certamente vero che un magistrato ingannato da falsi rapporti, avendo detto nella gran camera del palazzo che i preti di S. Lazzaro facevano oramai poche missioni, e ciò in un tempo appunto in cui anzi ne facevano assai, il Santo contento di giustificarsi colle opere, non volle permettere schiarimenti, nè apologie. Andò forse più oltre, allorchè una famiglia potente, per vendicarsi che le fosse stato rifiutato un vescovato, inventò contro di lui una calunnia sì ben colorita, che arrivò fino alla Regina. Quella saggia Principessa gli dimandò, ridendo, se sapeva d’essere accusato della tal cosa. A pericolo di passare per un colpevole, il servo di Dio si imitò a rispondere essere un gran peccatore; e siccome Sua Maestà gli soggiunse che doveva giustificarsi. «Sonosi dette ben altre cose contro nostro Signore, rispose, e non si è punto giustificato. Io son felice di essere trattato come lo fu il Figlio di Dio: le umiliazioni sono le grazie più grandi che il Signore possa accordare agli uomini. Gli applausi devono farci gemere, essendo scritto: guai quando gli uomini vi applaudiranno: Vœ, cum benedixerint vobis homines..»

Sebbene avesse gran cura d’inspirare a’ suoi l’ amore di tutte le virtù, l’umiltà è senza dubbio una di quelle, di cui fece vie più spiccare l’importanza. «Nulla v’ ha più giusto, diceva, del disprezzo che si ha per se stesso: per poco che un uomo consideri a sangue freddo la corruzione di sua natura, la leggerezza del suo spirito, le tenebre del suo intelletto, lo sregolamento della sua volontà, l’impurità de’suoi affetti; per poco che calcoli le sue produzioni e le sue opere a fronte del Santuario, troverà che tutto è degno di disprezzo, che nelle più sante azioni d’un ministro evangelico v’è motivo di confondersi; che nella maggior parte di esse si conduce male e quanto al modo, e sovente quanto al fine; che se non vuole adularsi, ma esaminare a dovere la sostanza delle cose e tutte le circostanze, si riconoscerà di gran lunga più perverso degli altri uomini..»

A questi motivi che impiegava in molte occasioni, l’uomo di Dio ne faceva succedere altri che ricavava dall’esempio de’ grandi uomini, tanto de’primitivi tempi, quanto dei moderni. S. Paolo pubblicò in tutta la terra che aveva avuto la disgrazia di bestemmiare contro Dio, e di perseguitare la sua Chiesa: sant’Agostino palesò í peccati segreti della sua gioventù; Vincenzo aggiungeva che coloro, cui Dio preservò da cadute sì vergognose, non furono perciò meno umili; che s. Francesco di Sales parlava del mondo qual uomo che ne disprezza tutte le vanità; che il signor Cardinale di Bérulle costumava dire essere molto bene il tenersi bassi; gli stati più abbietti essere i più sicuri, e trovarsi un non so che di maligno nelle condizioni alte e distinte; perciò appunto i Santi aver sempre sfuggito le dignità, e che nostro Signore disse, parlando di se stesso, ch’era venuto al mondo per servire, non per essere servito. Finalmente diceva, dietro l’insegnamento di Gesù Cristo, che colui che s’innalza sarà abbassato; che la vita del Figlio di Dio non fu che una umiliazione continua, che l’amò sino alla fine, e che dopo la sua morte volle essere rappresentato nella sua Chiesa sotto la figura di un reo attaccalo alla croce: con questo c’insegna anche oggidì, il vizio opposto all’umiltà essere uno de’più gran mali che si possano concepire, che aggrava gli altri peccati, e rende perverse quelle azioni quali non sarebbero in se stesse corrompendo le migliori e le più sante. Trovava una prova luminosa di quest’ultima verità nella parabola del fariseo e del pubblicano del Vangelo. «Sì, continuava a dire, quand’anche fossimo scellerati, se ricorriamo all’umiltà ci farà essa divenire giusti, quand’ in vece se fossimo pari agli Angeli, se siamo sprovveduti d’umiltà, le nostre virtù non avendo fondamento, non potranno sussistere….; ognuno di noi imprima ben bene questa verità » nel suo cuore, che per quanto si supponga virtuoso, se non ha umiltà, non è che un fariseo superbo, o un missionario abbominevole. Oh Salvatore Gesù Cristo! diffondete sui nostri spiriti quei lumi celesti » che vi fecero preferire gl’insulti alle lodi: infiammate i nostri cuori di quei santi affetti che ardevano nel vostro, e che vi fecero cercare la gloria del vostro Padre celeste nella vostra propria confusione; fate colla vostra grazia che rigettiamo tutto ciò che non ha per mira il vostro onore e il nostro disprezzo; fate che rinunciamo una volta per sempre agli applausi degli uomini ingannati e ingannatori, ed alla sciocca immaginazione del buon successo delle nostre azioni.»

Francisco Javier Fernández Chento

Director General y cofundador de La Red de Formación Vicenciana. Javier es laico vicenciano, afiliado a la Congregación de la Misión y miembro del Equipo de Misiones Populares de la provincia canónica de Zaragoza (España) de la Congregación de la Misión. Graduado en la Universidad Oberta de Catalunya con cuatro grados (Asistente de dirección, Gestión Administrativa, Recursos Humanos y Contabilidad Avanzada). Bilíngüe Español/Inglés. gestiona y mantiene varias páginas web cristianas y vicencianas, incluida including La Red de Formación Vicenciana, de la que es cofundador. Actualmente es responsable del área de Español de .famvin, la Red de Noticias de la Familia Vicenciana. También es músico católico y ha editado varios discos. Es Director General y cofundador de Trovador, una reconocida compañía discográfica critiana de España. Trabaja en las Tecnologías de la Información, ofreciendo servicios de alojamiento, diseño y mantenimiento Web, así como asesoramiento, formación y soluciones informáticas, gestión documental y digitalización de textos, edición y maquetación de libros, revistas, flyers, etc.

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