Federico Ozanam (1813-1853) (II)

Francisco Javier Fernández ChentoFederico OzanamLeave a Comment

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Author: Luigi Chierotti · Year of first publication: 1997.
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II – Infanzia e giovinezza di Federico

L’arrivo della famiglia Ozanam nella terra degli avi si apriva purtroppo con un immenso dolore. Pochi mesi dopo infatti, Elisa, la primogenita, appena diciassettenne, veniva strappata all’amore dei suoi genitori e dei due fratellini, da una meningite acuta.

Solo la Fede poté sostenere i due sposi in un simile fran­gente.

Federico perse la sua seconda mamma e la sua istitutri­ce. I progressi del bimbo dovettero essere tuttavia straordi­nari, se dobbiamo giudicare da un bigliettino di augurio, scrit­to per la festa del babbo, all’etá di sei anni. Cosi si esprime Federico: «Caro papá, poiché Federico incomincia a fare scara­bocchi, egli vuole usare delle primizie della sua penna per fe­steggiare il suo papalino…Lo scorso anno il vento rubó il com­plimento che ti recitai, ma questa volta questo biglietto impri­gionato nel tuo portafoglio, non fuggirá piú e ti ripeterá senza posa che il tuo Federico ti ama con tutto il cuore».

Indubbiamente si sente la mano materna che regge quena del bimbo e, con la mano, si intravede l’affetto della mamma e della sposa che si esprime celandosi dietro quello del piccino.

Tutto questo ci rivela quale unione di amore e di inten­ti cementarse i cuori della famiglia Ozanam.

Alle prese con i libri

Nell’ottobre del 1822, a nove anni di eta, Federico venne iscritto come alunno esterno al collegio reale di Lione. Avendo giá compiuto le classi elementari in famiglia, fu assegnato al- la «sesta», corrispondente piú o meno alla nostra prima me­dia. L’uso francese infatti é di contare le classi a ritroso.

Fu un ottimo alunno in ciascuno degli otto anni di stu­dio in cui passó dalla sesta alla quinta, quarta, terza, secon­da e poi alla retorica e filosofía. Nel 1829, a sedici anni e mezzo, Federico era baccelliere in Lettere, titolo corrispon­dente alla nostra maturitá classica.

Un avvenimento religioso importante segnó la sua ado­lescenza, la Prima Comunione, fatta l’11 mag. 1826, a 13 anni di eta. Quella data rimase sempre carissima al suo cuo­re per tutta la vita.

La facilita con cui Federico apprese il Latino e le Lette­re in genere, e la facilita di maneggiare la penna, ci risultano dai suoi numerosi e pregevoli saggi di poesia latina e france­se e da dissertazioni filosofiche e storiche conservate negli archivi della biblioteca di Lione.

Ecco una scelta di titoli significativi di composizioni gio­vanili, alcune delle quali pubblicate su «Abeille Francaise», rivista letteraria stampata a Lione dal 1828 al 1835. In que­ste composizioni la leggenda classica si mescola alla storia, la religione ad argomenti romantici e filosofici. Del resto il motto della rivista era: «Metto insieme fiori diversi e ne produ­co il miele».

Federico usava due pseudonimi: Ozanamus, oppure, raramente, Manazo de Milan.

Al 1826 (a 13 anni) si riferiscono questi titoli:

  • Nabuchodonosor in feram mutatus (poesia latina)
  • De vitae brevitate (poesia latina)
  • Strofe alcaiche alla S.S. Vergine
  • Ad una allodola presa in trappola (idillio in latino) Al 1827:
  • Sapiens in villa (ecologa)
  • L’Ascensione di N.S. Gesú Cristo (strofe saffiche)

Al 1828:

  • Lamentazioni di Geremia sulle rovine di Gerusalemme (poesia in francese)
  • Versione in latino di una poesia del Tasso sulle sue gattine Discorso di un Cacico americano a Cristoforo Colombo

Al 1829:

  • Un giovane israelita sulle rovine di Gerusalemme
  • Exposition sommaire de la doctrine de Saint-Simon. Il la­voro fu stampato in estratto e la critica del sistema ateista dei Sansimonisti fu lodata anche dal Lamartine a Parigi
  • Sempre del 1829 é una Lettera sulla tratta dei negri

Al 1830:

  • Disperazione dei Mori cacciati da Granada (poesía)
  • Il genio di Cartagine (ditirambo)
  • Canto di guerra per la conquista di Algeri (poesia)
  • La veritá della religione cristiana provata mediante la con­formitá di tutte le credenze
  • Giovanna d’Arco a Vaucouleurs (idillio in versi)

Al 1831:

  • A Cristo risuscitato (inno)
  • IZ sonno del povero (versione dal tedesco, di Goethe)
  • Réflections sur la doctrine de Saint-Simon par un catholique

Oltre alle due confutazioni della dottrina di Saint-Simon, importante si considera La verita della religione cristiana pro­vata mediante la conformitá di tutte le credenze. Quest’opera infatti, contiene, come «in nuce», il grande disegno concepi­to dal giovane scrittore nel 1829, quello di dimostrare la ve­ritá della religione cristiana con l’esame storico delle varíe religioni dell’umanitá, fin dai tempi pió remoti. Sará il pia­no grandioso intrapreso e condotto avanti, se non al termi­ne, durante tutta la sua vita di studioso.

Nello studio di un’Avvocatessa

L’ultimo anno di filosofia a Lione fu segnato per Fede­rico da una crisi interiore circa la Fede. É la crisi che passa­no molti giovani sui 16-17 anni.

Per buona fortuna Federico ebbe a fianco un grande mae­stro e guida spirituale, l’Abate Noirot (2), uno dei migliori pro­fessori di filosofia. FAbate Noirot fece comprendere a Federi­co non solo la fondatezza ragionata della nostra Fede, ma ri­sveglió in lui la vocazione dell’apologeta e dello scrittore. Sap­piamo infatti che le sue composizioni spesso erano sottoposte al giudizio dell’Abate, prima di renderle pubbliche.

Ció che meraviglia invece, a primo acchito almeno, é che Federico a questo punto abbia interrotto gli studi e sia en- trato nell’ufficio di un’Avvocatessa, la Signora Coulet, co­me aiutante.

La ragione, pió che nello scopo di aiutare la famiglia, va ricercata nel desiderio del babbo di f are di luí un avvoca­to. Era la soluzione migliore per la famiglia. Dei tre figli ri­masti, uno sarebbe divenuto sacerdote (Alfonso), un secon­do avvocato (Federico) e l’ultimo medico (Carlo).

La vocazione naturale di Federico peró erano le Lette­re, lo studio della storia e della filosofia. Non sempre i geni­tori intuiscono esattamente le inclinazioni dei figli, o meglio, forse le intuiscono, ma le considerazioni di indole economi­ca sono pió forti.

Cosi Federico, dal sett. del 1829 al nov. del 1831, do­vette prendere pratica e dimestichezza con le scartoffie di uno studio notarile, cosa che generó in luí un’avversione pro- fonda per la procedura giuridica ufficiale.

Dopo questo tirocinio, il Dott. Ozanam pensó che fos­se giunto il tempo opportuno per mandare Federico a Parigi, per conseguire la laurea in Legge.

A Federico non rimase altro da f are che ubbidire.

Giovane universitario a Parigi (1831-1836)

Puó stupire la risoluzione di questi bravi genitori che lanciano nella vita caotica della capitale, piena di insidie mo­rali ed intellettuali, una giovane vita in fiore.

Nel 1831 Federico aveva poco pió 18 anni, ma il suo ca­rattere e la sua formazione religiosa e morale davano pieno af­fidamento. Era solidamente preparato negli studi, sapeva ma­neggiare la penna; il suo carattere franco, aperto, di yero «lio­nese» nel senso pió bello del termine, lo rendevano simpatico nella numerosa «colonia» di lionesi in trasferta a Parigi.

Egli avrebbe studiato con impegno ed avrebbe fatto un gran bene nell’ ambiente studentesco, polarizzando attorno a sé i compagni pió volenterosi e sensibili al valore della «te­stimonianza» e dei fatti, pió che al culto delle parole. Ed in realtá avvenne cosi.

Partito con la diligenza il 2 nov. 1831, giunse a Parigi il 5 nov.

Alloggió dapprima in una pensione, che ceno non con­faceva ad un giovane cristiano, pio e, per buona parte, inge­nuo. Per buona fortuna trovó quasi subito generosa ospitali­tá presso la famiglia del Prof. Andrea Maria Ampére per due anni. Questo illustre scienziato e cristiano convinto, che pro­veniva appunto da Lione, lo accolse come un figlio e contri­buí assai alla sua formazione spirituale e intellettuale.

Pur non trascurando gli studi giuridici, Federico si get­tó a capo fitto nella cultura letteraria e storica, agevolato da Ampére, che gli apri la biblioteca del suo Istituto.

Oltre al latino, al greco ed a conoscenze elementari di ebraico, si perfezionó nell’italiano, tedesco, inglese e spagnolo, tanto da poter parlare e scrivere in queste lingue.

Sono di questo periodo van suoi scritti minori pubbli­cati su periodici come il Correspondant, la Revue Européen­ne, la Tribune Catholique e l’Univers Réligieux.

Un simile impegno fece si che Federico superasse pre­sto la nostalgia di Lione e della famiglia, di cuí aveva soffer­to nei primi tempi a Parigi.

Parigi, crogiolo di nuove idee

Dal mese di luglio del 1830 la Francia non aveva piú la monarchia di Carlo X, ma quella «borghese» di Luigi Fi­lippo, che si orientava sempre piú verso un governo persona- le e verso fi capitalismo.

Le cenen dell’Arcivescovado erano ancora calde e i sa­cerdoti non osavano circolare in talare. Il popolino disprez­zava infatti la Chiesa, che aveva incautamente accettato la protezione della monarchia abbattuta.

Ribollivano nuove idee di democrazia sia in campo lai­co con i socialisti (denominati cosi verso fi 1830) di Saint‑

Simon e di Fourier, sia in campo cattolico con il La Mennais (1782-1854).

Nel 1830 La Mennais si era staccato dai monarchici ed aveva fondato il suo foglio di avanguardia «L’Avenir», mu­tando il motto «Dieu et le Roi» in «Dieu et la Liberté».

Avevano collaborato con lui ii Lacordaire e il Conte di Montalembert, propugnando la separazione della Chiesa dallo Stato, la libertó di coscienza, di stampa, l’estensione del di­ritto elettorale ecc. Ma, guando i Vescovi si opposero a que­ste idee e la Chiesa le condannó nel 1831, Lacordaire e Mon­talembert si sottomisero, mentre il La Mennais si ribelló.

In questo clima rovente giungeva a Parigi Federico Oza­nam. Si lasció crescere la barba, come era di moda tra i gio­vani impegnati, e partecipó con vivo interesse al dibattiti po­litici e letterari dei vari circoli. «Siamo circondati da partiti politici —scriveva alla mamma— i quali, poiché abbiamo co­minciato a portare la barba, vorrebbero trascinarci nei loro gruppi».

Federico peró, strinse amicizia con quei personaggi che vedevano, come lui, la salvezza della societá in un ritorno al cristianesimo. Conobbe cosi e frequentó Cháteaubriant, Ballanche, Lacordaire, Montalembert, Gerbert, Saint-Beuve, Lamartine, Ampére padre e figlio, Hugo, ma soprattutto Prof. Emanuele Bailly de Surcy e il suo «circolo» di giovani.

IZ Prof. Bailly, forgiatore di giovinezze

Emanuele Bailly de Surcy (1791-1861), professore di fi­losofia uomo di robusta cultura classica, tipografo ed editore appassionato, fu soprattutto un fervente cattolico e or­ganizzatore di opere cattoliche. Nel ventennio che va dal 1820 al 1840, a Parigi, egli si trovó alla testa di un promet­tente movimento giovanile, che molto avrebbe contribui­to al rinnovamento religioso della Figlia primogenita della Chiesa, la Francia, appena uscita da turbinose vicissitudi­ni storiche.

La famiglia di Emanuele Bailly era tradizionalmente ricca di fede con una caratteristica che spiega tante cose: amava S. Vincenzo e le Famiglie Vincenziane in modo partico­lare .

Bailly cominció la sua attivitá formidabile prendendo par­te alla Société des bonnes études, della Société des bons livres, della Association pour la défense de la Réligion Catholique e ancora di altre associazioni, di cui fu presidente, vicepresi­dente, direttore ecc.

In campo informatico si deve al Bailly la fondazione dei piú noti e battaglieri periodici cattolici del tempo, comíncian­do dal Correspondant (1828) e dalla Revue Européenne, fino alla Tribune Catholique (1831), assorbita poi dall’ Univers Ré­ligieux (1833) fondato dall’Abate Migne.

Dallo stesso Abate Migne egli fu associato nella stampa delle sue grandi collezioni (Patrologia greca e latina e Dizionari). La grande preparazione culturale permetteva al Bailly di preparare i testi latini e greci e di annotarli.

Forse peró, l’influenza maggiore di quest’uomo straor­dinario fu quella che egli esercitó sui giovani studenti catto­lici del suo cenacolo, che accorrevano a Parigi per compiervi gli studi. Egli li seppe polarizzare attorno a sé, animandoli al bene e conquistando talmente la loro fiducia e benevolen­za da essere scherzosamente denominato «Le pére Bailly» (0.

Emanuele Bailly rimase il custode della sede e della bi­blioteca della Société des bonnes études durante il periodo che detronizzó Carlo X (1830) e guando l’orizzonte si schiari, riapri subito ai giovani un «foyer» di grande vitalitá.

L’edificio comprendeva, oltre un anfiteatro per le riu­nioni, una biblioteca, una sala di lettura e delle camere ai piani superiori per i pensionanti. A nessuno il Professore chiude­va le porte, nemmeno agli studenti materialisti e anticristia­ni, sperando di poterli presto o tardi ricondurre sulla retta via.

Tra i suoi pensionanti e studenti esterni vennero subito organizzate attivitá culturali, conferenze, discussioni su ar­gomenti vari.

Le conferenze piú frequentate erano quelle di storia, ma in esse si trattava anche di letteratura, di diritto e di filoso­fía con frequenti sconfinamenti in campo sociale e politico, cosa naturale in ambienti giovanili.

Fu proprio da questo «foyer» studentesco, vera fucina di apostoli, fu dai resti della Société des bonnes études, che sorsero le Conferenze di Caritá di S. Vincenzo De Paoli, di cui seguiremo lo sviluppo.

La fine del prof. Emanuele Bailly fu umile come era vissuto.

Nel 1844, malato e in difficoltá finanziarie, liquidó tut­te le sue imprese e si dimise da Presidente Generale della S. Vincenzo.

Non per questo rifiutó la sua costante collaborazione al suoi successori, a Gossin prima, e poi, nel 1846, ad Adolfo Baudon.

Anzi nel 1855 compose i Prelimínari al Regolamento, steso da Lallier per suo suggerimento.

Poi, man mano si eclissó sempre piú e quest’uomo «buo­no, calmo e prudente» come lo definisce la storia della fonda­zione delle Conferenze di Caritá, scomparve senza che alcu­no se ne accorgesse, nel 1861.

Fu seppellito lontano da Parigi, nel cimiterino di Ber­teaucourt, paese di origine della moglie, nella Somme.

La moglie gli sopravvisse fino al 1870.

Nessuna biografia o pubblicazione di rilievo é mai com­parsa di Emanuele Bailly, ma di lui, ben a ragione, lo storico J.E. Biré, ha sintetizzato cosi la sua preziosa esistenza: «Fu uno degli uomini del nostro secolo che ha fatto meno rumore e maggior bene, la cui azione si trova all’origine delle principali opere cattoliche del nostro tempo ed il cui nome modesto non sard dimenticato».

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