Federico Ozanam (1813-1853) (VI)

Francisco Javier Fernández ChentoFederico OzanamLeave a Comment

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Author: Luigi Chierotti · Year of first publication: 1997.
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VI – Poi venne la piccola Maria: amore fatto vivo.

Mi sono fermato sul capitolo dell’ amore coniugale e della famiglia piú di quanto ordinariamente si usi fare in campo agiografico, perché spesso l’agiografia si occupa di figure di anime «consacrate», senza una vera e propria fa­miglia terrena.

Ozanam l’ebbe, seppe godere delle gioie di un matrimo­nio cristiano, sublimando l’amore terreno, direi, fino alle vette della perfezione, e ne seppe anche accettare ed abbracciare le croci, ben conoscendone i limiti.

La santitá si puó raggiungere per qualsiasi strada in tut­te le vocazioni.

Dal 1843 la famiglia Ozanam dimora in via Garanciére e soltanto nell’autunno del 1847, per i buoni uffici del Prof. Bailly, troverá un appartamento piú vasto e bello, a pochi passi dalla Sorbona, in via Fleurus, presso i giardini detti del Lussemburgo.

Sempre dal 1843 vivono a Parigi con Federico i due fra­telli, Carlo, ancora studente di medicina e, saltuariamente, anche Don Alfonso, trasferitosi pure nella capitale. Con lo­ro sono venute da Lione anche due domestiche. L’anziana Maria Cruziat vedrá ben quattro generazioni di Ozanam.

Piú tardi (1845) si stabiliscono a Parigi anche i suoceri Sulacroix, che sono come di casa. La famiglia é riunita al com­pleto, ma, tra tante persone adulte e impegnate, manca fi cin­guettio di una nuova vita, l’angelo che i due sposi attendono con tanta ansia.

Il 23 luglio 1845, finalmente, l’amore tra Federico ed Amelia si fa vivo e nasce Maria.

La gioia dei genitori e di tutti i famigliari esplode in tutte le lettere di quel periodo e degli anni che immediatamente seguirono.

La vita serena, ma severa e metodica della casa Ozanam, cambia subito di tono con l’arrivo di quel raggio di role.

Il giorno stesso della nascita della bambina, Federico ne dá notizia a parenti ed amici con grande gioia cristiana.

Agli zii Haraneder scrive con entusiasmo: «Aiutatemi a ringraziare Dio! Questa mattina, alle ore 5, Amelia ha dato alla luce una bambina bella e sana. Tutti i nostri desideri sono stati esauditi e a stento crediamo alla felicita che sorpassa ogni nostra speranza… I suoceri Sulacroix avevano regalato una graziosa culla di colore azzurro… E cosi vi é un piccolo angelo in piú nella famiglia, un cuore in piú che imparerá ad amarvi, delle manine a cui insegneremo a congiungersi per pregare per voi! Cari zii, sono padre, fiduciario e custode di una creatura immortale!».

All’amico Lallier scrive, lo stesso giorno, invitandolo a far da padrino al Battesimo della bimba: «Dio mi ha reso pa­dre!… Ho appena il tempo di invitarti a venire, affinché la mia bambina non resti a lungo priva della grazia del Battesimo. So- no giá tanto felice, ma lo saró ancora piú guando avró un picco­lo angelo in casa!… Se non puoi venire, mio fratello Carlo terrá la bambina al Fonte Battesimale per procura in vece tua, ma i doveri e gli onori del tuo titolo di padrino resteranno a te!».

Di egual tono sono le lettere che accennano alla bambi­na via via che comincia a crescere, balbettare e sgambettare.

Il 26 gen. 1848, per esempio, Federico partecipa cosi la sua gioia all’ amico A. Foisset: «La mia cara Amelia, per tanto tempo tribolata dalle sofferenze, gode da qualche mese di una salute discreta. La nostra piccola Maria ci rapisce… É nell’etá piú bella dell’infanzia, due anni e mezzo, e giá abbastanza gran­detta per chiacchierare, comprendere e coprirci di carezze; an­cor troppo piccola per studiare e farsi punire seriamente. Noi go­diamo con profonda riconoscenza di questo breve periodo di fe- licita che Dio ci concede… La Divina Provvidenza mi dona queste soddisfazioni, di cui i deboli hanno pure bisogno, ma certo Essa vi mescola anche delle prove, per ricordarmi che occorre cercare la vera felicita altrove che non quaggiú…La giovinezza se ne va e io non mi accorgo di migliorare. Fra tre giorni avró 35 anni: «Nel mezzo del cammin di nostra vita!». Supponendo che io deb­ba compiere il resto del «cammino» fino al termine, bisognerá che arrivi bene e temo di giungervi con le mani vuote! Prega per me!».

Il presentimento della sua prossima fine ci rattrista, ma ci sorprende la sua costante vigilanza e la sua Fede.

L’8 settembre 1853, la sua breve giornata (40 anni) do­veva avere termine, perché giá colma di bene per il cielo!

Ritornando al 1845, l’anno piú felice forse della fami­glia Ozanam, debbo ricordare che fi Decano della Facoltá di Lettere della Sorbona, Le Clerc, con gesto fine e gentile, volle proporre Federico per un’onoreficenza, che fosse un pubbli­co riconoscimento dei suoi meriti di ricercatore ed insegnante.

Quando Federico lo seppe, pregó l’amico di soprasse­dere. L’attesa non fu lunga, perché, i14 magg. 1846, Federi­co Ozanam veniva nominato Cavaliere della Legion d’Onore.

L’arco troppo teso si spezza

Purtroppo stava per cominciare per Federico un perio­do burrascoso per la sua salute. Il lavoro intenso per la pre­parazione delle lezioni e gli altri molteplici impegni, finiro­no per minare fi suo fisico.

Nel 1846 una febbriciattola sospetta lo gettó in uno stato di debolezza tale, da impedirgli dí applicarsi allo studio con continuitá.

Verso la fine dell’anno gli fu giocoforza interrompere l’insegnamento, per andare a cercare un po’ di salute lontano dai libri, e, secondo fi parere dei medici di aflora, intra­prendere un viaggio di svago, all’aria mite e buona dell’Ita­ha e poi della Svizzera.

Il terzo viaggio di Ozanam in Italia non aveva soltanto lo scopo di fargli ricuperare la salute, ma era anche una mis­sione ufficiale affidatagli dal Ministero della Pubblica Istru­zione, per esplorare biblioteche ed archivi. Federico prese co­me sempre quest’incarico con molto scrupolo. Di modo che, tra una cosa e l’altra, ne risultó un sovraccarico di fatica, che, unito alle estenuanti tappe in diligenza per raggiungere le varíe cittá, non giovó molto alla sua salute.

Comunque, ai primi di dicembre 1846, egli partí per l’I­talia con la moglie e la figlioletta di non ancora due anni.

2 febbraio era a Roma, nella cappella del Quirinale, per os­sequiare fi nuovo Papa, Pio IX, eletto appena sette mesi prima.

La permanenza della famiglia Ozanam a Roma si pro­lungó fin dopo Pasqua, eccezion fatta per una rapida visita di Federico a Montecassino, per rendersi conto della biblio­teca e degli archivi di quel monastero.

Il Papa ricevette gli Ozanam in udienza particolare con grande cordialitá. La piccina, vedendo i suoi genitori ingi­nocchiarsi davanti al Sommo Pontefice, si inginocchió anche lei da sola, strappando al Papa un sorriso di compiacenza ed una carezza.

Echallens: un tuffo commovente nel passato.

Il 23 aprile la famiglia Ozanam riprese if suo cammino verso Nord, per Assisi, Ravenna, Venezia e poi la Svizzera, visitando S. Gallo, Einsiedeln e Ginevra. Da Ginevra Fede­rico volle raggiungere un villaggio presso Losanna, dove, ne­ gli ultimi mesi del «Terrore» della Rivoluzione Francese, si erano rifugiati ii nonno Nantas, suo fratello religioso Certo­sino, e la figlia (la mamma di Ozanam). In quel piccolo vil­laggio la mamma aveva fatto la sua prima comunione.

Federico aveva sentito parlare di quell’esilio e dí quel villaggio cento volte dalla mamma e guando vi si trovó, tut­to gli parve familiare.

«Uno dei piú dolci momenti di questo mio viaggio in Sviz­zera —egli scrive nei suoi ricordi— fu la mezz’ora che abbia­mo passato a Echallens…Io ricordavo che in quella localitá mio nonno si era ritirato negli ultimi mesi del «Terrore» e mia ma­dre me ne aveva parlato tante volte. Che cosa non avrei dato per conoscere la casa abitata dalla mia famiglia…Ho visitato la chiesa, in cui la mia buona mamma fece la sua prima Comu­nione, sotto la guida di quel buon Curato, che le andava ripe­tendo: «Andremo tutti e due, tutti e due in Paradiso!». Ho tro­vato la chiesetta proprio come la mamma me l’aveva descritta, divisa purtroppo tra due culti: il presbiterio riservato ai cattolici e chiuso da una cancellata di legno; la navata comune ai catto­lici ed ai protestanti. Da un lato vi é il pulpito del parroco e il battistero; dall’altro lato vi é il pulpito del Pastore e la tavola per la Cena. Questa chiesetta é povera ma io vi ho pregato con maggior devozione del solito. Ho ringraziato Dio per i favori che aveva elargito in quel luogo alla fanciulla esiliata, ho prega­to per la mia buona mamma, perché é un dovere pregare per i defunti; ma poiché la credo felice nel cielo, le ho chiesto di ve­gliare su di noi…e soprattutto di ottenere ai suoi figli qualcuna delle sue dolci virtú. Mia moglie e mia suocera pregavano con me e la mia piccola Maria si era inginocchiata da brava bambi­na davanti alla cancellata dell’altare…».

Poi la famiglia Ozanam, a cui si era aggiunta la suocera, fece ritorno in Francia lungo le rive del Reno.

Dopo otto mesi di assenza, Federico era di nuovo a Pa­rigi, pronto a riprendere il suo lavoro e il suo posto di testi­monianza cristiana nella scuola e nella societá.

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