Federico Ozanam (1813-1853) (V)

Francisco Javier Fernández ChentoFederico OzanamLeave a Comment

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Author: Luigi Chierotti · Year of first publication: 1997.
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V – Camminare insieme: il Matrimonio

Una compagna gentile, colta, ideale

La morte della mamma e l’invito alla Sorbona di Parigi devono ayer posto nuovamente a Federico il dilemma: sacer­dote, come uno dei fratelli, o coniugato? Sacerdote secolare o Domenicano?

Verso quest’ultima soluzione parve spinto dall’amico La­cordaire. Com’é noto, Giovanni Enrico Lacordaire, giovane avvocato di belle speranze e di idee volterriane, si era con­vertito alla Fede a 22 anni, nel 1824, ed era entrato in semi­nario. Ordinato sacerdote, con uno zelo incomparabile aveva trascinato i giovani con una serie di conferenze al Colle­gio S. Stanislao, e poi con la predicazione del pulpito di Notre­Dame, dal 1835 al 1840. Moderatamente «liberale», dalla pa­rola facile ed avvincente, era divenuto a Parigi il predicatore del Romanticismo per eccellenza.

Nel 1840 scomparve nell’umiltá e a Viterbo entró nel­l’Ordine Domenicano, trascinando col suo esempio numero- si giovani per quella strada. Anche Federico ne sentí una forte attrattiva.

Fu l’Abate Noirot, suo anziano professore di filosofia e direttore di coscienza, che fece capire ad Ozanam che il suo posto era nella societá, come antesignano della cultura cattolica, come apostolo della carita vincenziana, e che quindi doveva formarsi una famiglia.

La compagna prescelta non poteva essere distante dal‑l’ambiente frequentato da Federico. Fu infatti la signorina Amelia Soulacroix, figlia del Rettore dell’Accademia di Lione.
Quando Federico la vide, china sul fratello ammalato, assisterlo con tanto amore, non poté che ringraziare Dio diavergli fatto trovare una simile compagna, colta, educata, di grande Fede e caritá. All’amico Lallier scrisse con tanta gioia: «La Provvidenza, che mi riconduce a Parigi, sembra che voglia darmi per sposa un Angelo Custode!».

Come un bel fiore d’aprile

Lo sbocciare di un amore cristiano, leale, tenero, dura­turo, da nessuno potrebbe essere meglio descritto nelle sue varíe tappe di sviluppo, che dai protagonisti, da Federico stes­so e dalla sua fidanzata Amelia.

«Tu sei troppo buona e sensibile —le scriveva Federico da Parigi in data 10 giu. 1841— per non provare un po’ di tenerezza pensando a questo povero esiliato. Tu sai che per sette mesi un culto solo ha riempito tutte le sue ore e accentrato i suoi desideri… É tempo che tutto questo abbia termine, senza che io voglia rinnegare questa dolce stagione dei primi amori. Piaccia a Dio che io non misconosca mai queste pure e ineffabi­li dolcezze. Tuttavia bisogna pure che la primavera passi e che ai fiori di aprile succedano altri fiori!…Ebbene, ecco il tempo é giunto, ecco la primavera delle nostre due vite!…Io non vengo ad offrirti le gioie di una vita facile, né il prestigio di una fortu­na brillante, né lo splendore, né il dolce far nulla, né alcuna di quelle cose che seducono la maggior parte della gente…1O ti offro la volontá di un uomo, una volontá retta e leale, la volon­tá di essere onesto e buono perché tu sia tuo fidanzato che ti ama tanto. F. Ozanam».

Con l’amore per la fidanzata Federico sentí subito na­scere nel suo cuore un grande rispetto ed affetto per i suo­ceri, quasi ritrovasse in loro quella tenerezza che aveva per­duto con la morte dei genitori. Ecco con quali dolci parole egli manda ai futuri suoceri gli auguri di capodanno 1841: «Da qualche anno questo bel giorno era per me ben triste, e, nonostante l’abbraccio che ci scambiavamo tra fratelli, mi ri­maneva qualcosa di ben pesante sul cuore. Era quel dolce ba­cio filiale che io una volta deponevo sui capelli grigi di mio padre e sulla fronte della mia buona mamma, che io non pote­vo piú dare. Oggi, assai piú felice, io porto questo bacio a voi con tenero rispetto e spero di ricevere da voi in cambio la be­nedizione paterna che i miei genitori ripeteranno in cielo. Voi siete per me i loro interpreti e io sono convinto che essi sono contenti che voi abbiate preso il loro porto. Essi vi danno vo­lentieri il loro figlio, poiché voi gli date vostra figlia… Voi mi avete dato un’ altra vita, al porto della vita solitaria, me­lanconica e depressa che io conducevo da due anni. Quando mi avete permesso di amare la vostra Amelia, avete rinnovato la mia giovinezza».

Il matrimonio fu celebrato a Lione, nella chiesa di St. Nizier, 11 23 giu. 1841. La sposa aveva 21 anni, Federico 28.

Federico avrebbe desiderato come testimoni gli amici Lallier e il cugino Pessoneaux, ma non fu loro possibile esse­re presentí. Cinque giorni dopo il matrimonio, egli cosí scri­veva al primo: «Caro Lallier, avrei voluto che tu e Pessoneaux firmaste l’atto della mia grande festa. Vi avrei presentati alla de­liziosa sposa che il cielo mi ha dato e lei vi avrebbe salutati col suo grazioso sorriso che incantava tutti».

Il viaggio di nozze ebbe come meta l’Italia. Se nel pri­mo viaggio in Italia, nel 1833, Federico con i suoi genitori aveva visitato Firenze, Loreto, Foligno e Roma, questa vol- ta con la sposa raggiunse Napoli e la Sicilia, fermandosi a Si­racusa, e poi di nuovo a Roma, per un’udienza particolare ottenuta dal Papa Gregorio XVI.

In una lettera alla moglie, momentaneamente assente da Parigi per convalescenza, egli scrive in data 30 sett. 1842, facendole rivivere quei giorni felici: «Cade oggi un anno dache due giovani turisti, portati da una modesta ma veloce vet­tura, entravano per le antiche porte di Salerno. Essi avevano percorso sul mare le coste leggiadre di Amalfi, avevano visita­to i templi solitari di Pestum e, pieni di ammirazione e ricor­di, andavano a cercare altre meraviglie. Dapprima furono strade difficili, sospese sui fianchi delle rocce, sopra un mare senza confini. Poi le montagne si aprirono ed una valle ridente ten­ne dietro alle loro sinuosita. Alberi sempreverdi ed ombre pro­fonde coprivano i poggi e le colline arrotondate erano corona- te da villaggi, i cui festosi campanili dominavano le bianche casette. Poi, circondata da una selva di querce e di castagni, ci apparve la grande e ricca abbazia di Cava. L’ospitalitá dei monaci di S. Benedetto ci permise di entrare nei chiostri seco­lari e in quegli archivi, dove 30.000 documenti conservano i titoli gloriosi dell’Italia. Infine, dopo essere discesi nella pia­na di Nocera, di cui nulla eguaglia la fertilitá, dopo ayer salu­tato da lontano le rovine di Pompei e il pennacchio di fumo che inghirlanda la fronte del V esuvio… dopo tanta poesia cer­cata nella natura e nella storia, i due turisti, rientrando in al­bergo, ne trovarono ancor piú nella loro anima e nel loro cuo­re, perché si amavano… Oggi, a distanza di un anno, uno di quei due turisti, assai lontano dal bel cielo d’Italia, lontano dai vasti orizzonti, dalla luce e dall’aria profumata, si sente come in esilio nelle brume di Parigi. Sotto le sue finestre passa il volgare omnibus con rumore assordante, e, se le apre, la piog­gia ed il freddo vi penetrano subito!».

«Un bon ménage»

La giovane coppia si stabili a Parigi, dove giá risiedeva Federico dal gennaio 1841, per poter tenere il corso delle sue lezioni alla Sorbona.

Dapprima abitarono in un modesto appartamento am­mobigliato in rue St. André-des-Arts, e poi, dal 3 gen. 1842, in rue Grenelle 10, in un alloggio piú vasto e confortevole, appositamente predisposto.

La loro casa divenne un nido d’amore e di laboriositá: «un bon ménage», come dicono i francesi.

Nei primi anni del matrimonio Federico poté conserva­re, con l’impegno dell’insegnamento universitario, anche gli altri incarichi in campo sociale, religioso e caritativo, e la gio­vane sposa gli fu sempre accanto come collaboratrice devo­ta, solerte ed intelligente.

Una lettera al fratello Carlo del giorno di Pasqua 1842 (28 marzo) descrive la cerimonia a Notre-Dame, la catte­drale di Parigi, con yero entusiasmo: «Questo giorno é stato troppo bello per non fartene parte… Da lunedi scorso, ogni sera piú di mille uomini assistettero alla predicazione di Pa­dre de Ravignan… Io ho ascoltato queste mirabili prediche, elevate e solide… La grande basilica, con la sua facciata nera e le sue torri maestose, lasciava trasparire attraverso il portale aperto la navata illuminata e rappresentava, direi, l’edificio sacro della Fede, in cui i misteri sono imponenti e severi all’e­sterno, ma splendono all’interno di luce infinita. Oggi una Co­munione generale di uomini ha coronato il corso di predica­zione… Vi erano nobili e ricchi blasonati, poveri in abito di­messo, militari, scolari, ragazzi, ma soprattutto giovani stu­denti in gran folla. La Comunione, distribuita da due sacer­doti, é durata un’ora e, dopo il Te deum, ci siamo separati profondamente commossi… Si é stupiti di questa societá fran­cese, tormentata da 150 anni da tante dottrine perverse, scos­sa da tanti scandali, cosi vituperata all’estero, che invece da vita a tante opere di carita e a pratiche religiose cosi sincera­mente osservate!».

Nel campo degli studi, Amelia, la Signora Ozanam, fu di valido aiuto al marito nelle ricerche e nella preparazione delle sue lezioni e pubblicazioni.

Fin dal tempo del loro fidanzamento essa aveva intrapre­so lo studio del pianoforte, che rallegrava Federico, portato na­turalmente all’introspezione e alla malinconia. Dopo il matri­monio, Amelia intensificó lo studio della lingua italiana, ben coadiuvata come maestro dal marito. Fu opera sua la versione dall’italiano della scelta dei «Fioretti» di S. Francesco d’Assisi, che accompagnó il lavoro del suo consorte sui poeti francesca­ni in Italia del secolo XIII. Federico cosí ringrazia gentilmen­te la moglie nella prefazione del libro: «Una mano piú delicata della mia ha scelto e volto in francese i piú commoventi e bei racconti dei Fioretti». Il libro fu pubblicato nel 1852.

Vivere insieme la gioia, portare insieme la croce.

In mezzo alle cose serie peró, si moltiplicavano ogni gior­no momenti di tenerezza che ancora oggi ci fanno sorridere.

La corrispondenza di Federico con la sposa, specialmente quand’essa é lontana e toccata dal dolore, attinge alte vette di fine poesia, che é bello ripercorrere.

Dopo il primo aborto spontaneo del maggio 1842, Amelia deve rientrare in famiglia a Lione per la convalescenza e par­te in diligenza da Parigi il 19 luglio, festa di S. Vincenzo De Paoli, per un viaggio che durava da quattro a cinque giorni. La corrispondenza dei due coniugi si infittisce e si arricchi­sce delle espressioni piú tenere.

«Non abbandono il mio porto al tuo fianco nelle lunghe ore di noia del viaggio —scrive quella sera stessa Federico al- la sposa—. Sento il tuo dolce abbraccio, sento il tuo respiro che solleva leggermente il tuo petto. Spio tutte le tue emozioni, i tuoi ricordi, le speranze e mi sento felice… Gli angeli Custodi degli sposi ti accompagnino; S. Vincenzo De Paoli, che ambe­due amiamo, ti protegga… Mi sei sempre presente e non cessi di appartenermi e di amarmi… Desidero che ogni sera il mio pen­siero ti faccia visita, non con una lacrima, ma con un sorriso, un sorriso sopra quelle dolci labbra che bacio teneramente… Ii tuo sposo».

Il giorno dopo, 20 luglio, Federico confessa alla moglie quanto gli sia stata dolorosa la separazione:

«Quanto é stato doloroso separarmi da te, Amelia! Con qua­li legami Dio unisce i cuori! Quando ho visto scompa­rire la carrozza che ti portava via, sono corso a St. Germain — L ‘Auxerrois, per effondere la mia commozione. Sono rimasto venti minuti sprofondato nel mio dolore ed ho versato molte la­crime… Ho peró offerto questo inevitabile sacrificio per espiare le mie colpe verso di te, per la tua salute e la tua felicita… Mia dolce piccola compagna, non ti perdo mai di vista… Mi sento come una foglia sul tuo seno e sulle tue labbra. Sento le carezze delle tue dita cosi spesso baciate!».

Tre giorni dopo, il 23 luglio, inaspettatamente egli rice- ve uno scritto da Amelia, spedito durante fi viaggio e la sua gioia é al colmo: «// tuo scritto mi sorprende dolcemente, come guando tu vieni furtiva dietro di me, mentre lavoro, chini ii tuo capo e mi porgi la tua guancia, senza mai ritirarla invano!… Ho letto e riletto la tua lettera, l’ho portata alle labbra e l’ho stretta sul cuore. Non mi ha lasciato un istante e mi ha fatto compa­gnia tutto il giorno!».

Per lenire la sua tristezza e colmare la solitudine ha un grande amico, l’Abbé Marduel. Lo va a trovare fi giorno se­guente e né dá cosí notizia alla moglie lontana:

«Questa mattina sono andato a trovare il consolatore di tutte le angosce, l’amico di chi soffre, il buon Padre Marduel… Era nella cappella di S. Vincenzo De Paoli, dove io non avevo potuto intervenire per la festa del 19; ma oggi si celebrava l’ottava.

Le reliquie del Santo Patrono erano esposte nella loro cassa di cristallo, circondate dalla duplice Famiglia dei Missionari e del- le Suore, che portano la sua carita fino agli estremi confini del mondo, fino all’ultimo gradino della miseria… Ho avuto la for­tuna di comunicarmi, cara Amelia, e nell’unione con Colui che ha braccia tanto grandi da colmare tutte le distanze, io ti ho ri­trovata. Sentivo la tua anima come una bianca colomba vicino alía mia ed offrivo la tua purezza, la tua dolcezza, la spontanei­tá di tutte le cose che Dio ama, in cambio del mio orgoglio, della mia impazienza, delle mie fantasie meno nobili!… Addio, cara, l’ora tarda mi affretta. Non ti posso stringere tra le mie braccia, sul mio petto, come ho fatto dodici giorni fa, prima di lasciarti. Dodici giorni soltanto e mi paiono cosi lunghi!».

Federico é contento ed anzi orgoglioso che la sua sposa sia stata ricevuta in tutti gli ambienti di Lione con grande deferenza e desidera che essa sia la sua interprete presso tut­ti i parenti ed amici:

«É bello che un povero professore ricercatore di libri pol­verosi, malpettinato, trascurato negli abiti e non sempre amabi­le nel tratto, sia felicemente rappresentato da una giovane ed av­venente signora, la cui fronte é l’espressione del candore e le labbra quella di un’inalterabile bontá! Si, cara Amelia, questo pensie­ro mi consola e sono fiero degli omaggi che ti circondano. Se ho ancora a Lione degli amici, se parecchi mi rimpiangono e mi desiderano, essi possano gioire con te; ti vedano, ti sentano, poiché tu sei un altro me stesso e ben migliore dell’autentico!».

Gli impegni universitari di studio e di ricerca nelle bi­blioteche di Parigi, impediscono a Federico di affrettare periodo delle sue vacante e di correre a raggiungere la sposa.

«Questa sera ritorno assai tardi —confessa alla moglie in una lettera del 1° agosto— Sono le 10 e mezzo, ma non devi sgridarmi. La biblioteca di Sta Genoveffa apre solo la sera… Quando torno ad un’ora avanzata, mi sembra di doverti trovare ad attendermi nel tuo piccolo salotto viola, per farmi una dolce sorpresa e gettarmi le braccia al collo. Ma purtroppo non trovo altro che il silenzio abituale, a cui non so assuefarmi».

Il 17 agosto finalmente Federico puó raggiungere Lione e prendere un po’ di riposo accanto alla moglie. I129 settem­bre é di nuovo a Parigi, ma senza di lei la solitudine gli pesa enormemente.

«Ormai é mezzanotte —egli scrive fi 1° ottobre ad Amelia— e non posso far altro che avvicinarmi in punta di pie- di al tuo letto, per baciare la tua fronte, senza svegliarti. Tu mi sgriderai di andare a letto cosi tardi. Che vuoi? Come puó re­gnare l’ordine in questa povera casa, la cui anima é assente? Non ti inquietare troppo. Ti lascio e vado verso il mio letto, senza che nessuno mi abbia augurato la buona notte!».

Del resto anche l’ultimo pensiero di Amelia alla sera é per Federico e il suo gesto di baciare l’anello matrimoniale commuove il marito lontano. «Se ogni sera —scrive Federico— mi assicuri di dire una preghiera per me, premendo sulle labbra il mio anello, ne sono davvero commosso. Ma quest’anello non ti ha mai detto che io faccio altrettanto, baciando il tuo?».

Coinvolti dall’amore per i poveri

Era nella Fede, nell’esercizio della carita, nel sacramen­to della Penitenza e dell’Eucarestia, che Federico trovava la forza per portare la sua croce.

Il 6 agosto, prima di raggiungere Lione, egli scrive alla moglie proponendole una bella opera di carita: «Mia dolce bambina, l’anima mia cercava la tua e sono andato ad incon­trarla dove ci si trova sempre, guando ci si ama cristianamente, tra le braccia del Salvatore. Questa mattina ho avuto la fortuna di avvicinarmi a Lui e mi pareva che ti tenesse per mano e ti restituisse nuovamente a me, benedicendoci. Ieri avevo veduto quel buon P. Marduel. Mi sembra che questo ammirabile ve­gliardo cresca nella carita e nel discernimento piú si avvicina al cielo. L’ho trovato cosi consolante e paziente che mi sono alza­to dai suoi piedi commosso sino alíe lacrime… Come deve esse­re buono Dio, se l’uomo é capace di esserlo tanto! E come sia­mo ingiusti guando ci lamentiamo che non ci sono piú santi sulla terra, mentre ne abbiamo sempre accanto a noi!».

Dopo questo preambolo, Federico descrive la situazio­ne di alcune famiglie di poveri ben note ad ambedue, perché da entrambi visitate e soccorse, e poi ecco la proposta che fa alla moglie: «Permettimi, cara, prima che io parta e ti rag­giunga, che io doni a questi poveri qualcosa per la tua festa. Pren­deró una parte del denaro destinato al dono per te, affinché giorno 15 agosto quelle otto piccole creature, che Dio ama per­ché innocenti e sofferenti, preghino per te, per tutti e due, e ci ottengano il «piccolo angelo» che la nostra casa aspetta!».

L’angelo che i due coniugi Ozanam attendevano dove­va giungere solo tre anni piú tardi, dopo tante sofferenze per un nuovo aborto della signora nel 1843, dopo un nuovo al­lontanamento da Parigi per salute, dopo apprensioni e timo­ri. Tutto accettarono dalla mano di Dio con fede e ferma spe­ranza, sempre in un’atmosfera di amore reciproco senza al- cuna pausa.

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