Federico Ozanam (1813-1853) (IV)

Francisco Javier Fernández ChentoFederico OzanamLeave a Comment

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Author: Luigi Chierotti · Year of first publication: 1997.
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IV – Il professore

Per seguire la fondazione e lo sviluppo delle Conferen­ze di Caritá, ho lasciato da parte il progresso di Federico ne­gli L’intenso apostolato caritativo peró, non distolse il giovane del suo primo dovere, quello dello studio, che pe- saya finanziariamente sulla famiglia.

L’una cosa e l’altra si armonizzarono nella vita di Fede­rico, con ordine e precisione.

Il 12 e 13 aprile 1834, alla testa di un folto gruppo di Confratelli, Ozanam partecipó alla seconda solenne trasla­zione delle reliquie di S. Vincenzo De Paoli e alle funzioni in suo onore.

Anzi, furono i Confratelli di S. Vincenzo che ebbero l’o­nore di portare la cassa delle reliquie del loro Santo Patrono, nella processione da Clichy alla casa-madre dei Missionari.

Pochi mesi dopo (ag. 1834) conseguí la Licenza in Di­ritto e nell’aprile del 1835 quella in Lettere, coronando la sua fatica nell’aprile 1836 con la Laurea in Diritto.

La sua permanenza a Parigi poteva dirsi finita ed il babbo l’attendeva a Lione, per assumere un regolare lavoro come avvocato.

Con grande nostalgia lasció gli amici e nel luglio dello stesso anno 1836, fece ritorno definitivamente a Lione.

La morte dei genitori

Due Tutti sensibilissimi per il suo cuore lo attendevano nello spazio di due anni: la morte del babbo prima e poi quella della mamma.

Giovanni Antonio Francesco Ozanam, il bravo dottore, mancó quasi improvvisamente il 12 magg. 1837, mentre Fe­derico si trovava occasionalmente a Parigi. Rientró di corsa a Lione col cuore spezzato, ma con il grande conforto della Fede.

Il babbo aveva fatto una brutta caduta sulle scale sbrec­ciate dei poveri che egli visitava e curava gratuitamente, e morí quasi subito.

Alla mamma ed ai tre figli rimase la speranza, anzi la certezza, di saperlo in cielo per il suo esempio di carita eroi­ca, disinteressata e continua, e per la sua vita cristiana con­fortata da una frequenza ai Sacramenti non comune.

Le necessitá della famiglia, priva del suo capo, aumen­tarono. Forse fu per questo motivo, piú che per obbedire al desiderio del babbo, che Federico, nel novembre di quell’ anno stesso, si iscrisse al «foro» di Lione e cominció ad esercitare avvocatura.

Difese con forza e sinceritá specialmente le cause dei poveri, che le Conferenze di Caritá locali indirizzavano a lui.

Anzi, in quel periodo, un nuovo campo di lavoro gli fu offerto dall’Opera della Propagazione della Fede di Lione. A lui infatti furono affidati i resoconti per gli Annali dell’O­pera, che egli seppe sempre accompagnare con accorati ap­pelli in favore delle missioni lontane.

Tuttavia la dirittura morale e la sensibilitá della sua co­scienza fecero comprendere presto a Federico che quella del­l’avvocato non era la sua naturale vocazione. La sua inclina­zione era per le Lettere e la Storia. Continuó pertanto a stu­diare per quello scopo ed il 7 gen. 1839 conseguí brillante­mente la Laurea in Lettere. L’argomento da lui svolto e di­scusso fu Dante Alighieri, la sua filosofia, la sua opera poeti­ca, la sua ortodossia, il suo amore per la Chiesa, per la SS. Vergine, per S. Francesco e S. Domenico. La tesi parve a tutti una chiara confutazione dei protestanti, che tentavano di fare di Dante il precursore della loro «Riforma».

Prima che il 1839 terminarse, un nuovo grande dolore colpiva i tre fratelli Ozanam, la morte dell’ adorata mamma, avvenuta il 14 ottobre.

Donna di grande carita, degna emula del marito, era mor- ta anche lei al servizio dei poveri. Il figlio Alfonso, nella bio­grafía di Federico, ricorda che la mamma «istruiva e prepa­raya» un gruppo di «Veilleuses» di Lione, Dame che andava­no a passare gratuitamente la notte al capezzale dei malati.

Come sono belle le parole che Federico trovava in que­ste circostanze per gli amici e per i fratelli nel dolore!: «Biso­gna guardare il cielo —egli scriveva— guando si é colpiti sulla terra…Bisogna, nelle ore di tristezza, guando la vita si fa pesan­te, ricordare che tutto ció che passa é breve e che, nello spazio di pochi anni, ritroveremo quelli che el vengono a mancare… Que­sti rapidi giorni di vita terrena devono essere spesi bene e lo sa­ranno soltanto rispondendo fedelmente alla vocazione a cui cia­scuno é destinato…Felici le famiglie che hanno la meta dei loro componenti lassii in alto, per far da cordata e tendere la mano a quelli che restano quaggiú! Coraggio dunque! Se Dio ricom­pensa un bicchiere d’acqua fresca offerta in suo nome, come non ricompenserá una coppa di lacrime versate con rassegnazione, con rispetto, con amore, accettando la sua volonta?».

Nel dicembre del 1839, Federico si lasció ancora indur­re dagli amici ad accettare la cattedra di Diritto Commercia­le a Lione, di recente istituzione, ma nello stesso tempo par­tecipó al concorso come aggregato alla Facoltá di Lettere. Evi­dentemente la morte della mamma, custode del pensiero e desiderio del babbo, glí dava maggior libertá d’azione.

Ebbe il primo posto nell’ aggiudicazione su sette concor­renti, ma proprio in quel periodo di tempo, fi Prof. Claudio Fauriel (1772-1844), esponente del Romanticismo francese, gli offriva una cattedra alla Sorbona, come suo Supplente, nell’insegnamento di Letteratura Comparata.

Federico Ozanam aveva finalmente trovato la sua stra­da e la piena collocazione nella societá, secondo la sua perso­nale inclinazione. Sará Supplente di Fauriel per tre anni e poi, alla sua morte, gli succederá nella cattedra «pleno jure» (1844).

Rimaneva un solo grande problema per il giovane pro­fessore: sacerdozio o matrimonio? Ma di questo argomento parleró nel capitolo che segue.

Conferenze di Carita ed insegnamento

Vecchi e nuovi amici dei poveri si strinsero a Parigi at­torno a Federico, come attorno ad una bandiera che aveva acquistato un grande prestigio. A Lione il fratello Carlo, stu­dente di Medicina, prese il posto di Federico nelle Confe­renze della cittá.

Nell’Assemblea Generale dei Confratelli del 28 febb. 1842, Federico constatava con gioia il magnifico sviluppo che l’Associazione aveva avuto in Francia e all’estero. In Fran­cia i Confratelli erano 2.000 e le famiglie assistite nella sola Parigi erano 1.500. Le Conferenze erano 82 in 48 cittá di 38 diocesi diverse.

La carita veniva esercitata con la benedizione della Santa Sede e la paterna protezione dei Vescovi.

Ozanam non si esaltava, anzi raccomandava l’umiltá e la discrezione perché, diceva: «Dio ama benedire ció che é pic­colo e impercettibile!».

In Italia le prime Conferenze furono fondate a Genova e a Roma nel 1836.

Quando, nel 1844, per motivi che giá conosciamo, Prof. Emanuele Bailly, il vero fondatore delle Conferenze di Caritá, diede le dimissioni da Presidente Generale, i Con­fratelli di Parigi offrirono all’unanimitá l’incarico a Federico Ozanam, quale membro piú attivo e di maggior spicco nella societá e nel movimento cattolico di quel periodo. Federico rifiutó perché i suoi impegni alla Sorbona erano giá troppo gravosi e la sua salute sempre precaria non lo accompagnava. Conservó tuttavia la Vice-presidenza sino alla morte (1853), e non solo come carica onorifica. Bailly fu sostituito dal giu­dice Giulio Gossin, fondatore nel 1826 e Presidente della Compagnia di S. Francesco Regis, che si occupava della re­golarizzazione dei matrimoni e della legalizzazione dei figli naturali.

L’opera dello studioso

Nel 1841, guando Federico Ozanam fu chiamato a Pa­rigi come supplente di Fauriel nella cattedra di Letteratura Comparata e supplente nello stesso tempo del professore di Retorica al Collegio S. Stanislao, dove era direttore Gratry, aveva soltanto 27 anni, pochi davvero per accingersi alla rea­lizzazione del grande progetto di apologia del Cristianesimo, concepito sin dal 1829.

Nel 1830 infatti, egli aveva composto un saggio, che con­teneva come «in nuce» la sua idea: «La verita della Religione Cristiana provata mediante la conformitá di tutte le credenze».

Fin d’allora era suo intento dimostrare la veritá della Reli­gione Cristiana con l’esame storico delle varíe religioni e ci­viltá.

Piú tardi questo vasto disegno fu ridotto di proporzioni e Ozanam si concentró sullo studio del Medio Evo, ma il la­voro, si sa, rimase largamente incompiuto. «Mi propongo — egli scriveva delineando il suo intento— di scrivere la storia letteraria del Medio Evo dal V secolo al XII, fino a Dante. Ma, nello studio delle lettere, io studio soprattutto l’opera del Cri­stianesimo».

Tutta l’opera dell’Ozanam acquista cosí un dichiarato valore apologetico.

L’introduzione di questo monumentale lavoro é rappre­sentata dalle lezioni tenute alla Sorbona e pubblicate postu­me con titolo: «La Civilisation au V° siécle». L’autore dimo­stra come all’impero romano, che crolla sotto i colpi delle po­polazioni barbariche, succede, come erede di civiltá, la Chiesa, che intraprende l’opera di civilizzazione dei barbari.

A questo secondo tema si riferiscono «Les études germa­niques», che comprendono due lavori: «Le Germains avant le Christianisme» (1847) e «La civilisation chrétienne chez les Francs» (1850).

Gli studi invece riferentisi a Dante e al Duecento ita­liano, dovevano essere come il coronamento del vasto dise­gno. Essi sono: «Les Poétes franciscains en Italie au XIII sié­ck», con una scelta dei «Fioretti» di S. Francesco, la cui ver­sione dall’italiano si deve alla penna della signora Ozanam (1852); «Des sources poétiques de la Divine Comédie», e infi­ne «Dante et la philosophie catholique au XIII siécle».

Di particolare valore fu pure un altro lavoro sull’Italia, intitolato: «Des écoles et de l’instruction publique en Italie aux temps barbares» (1850).

Opere minori si possono considerare le biografie di S. Tomaso Becket e di Bacone di Verulamio: «Les deux chance­liers d’ Angleterre» (1835) ed il piccolo gioiello «Un pélérinage au pays du Cid» (1853), frutto di un breve viaggio a Burgos in Spagna.

Ci restano pure una traduzione incompleta in francese della Divina Commedia e «Le livre du malade», che ebbe molte edizioni.

Un’abbondante raccolta di lettere, discorsi, e soprattutto dí articoli pubblicati sui piú noti periodici cattolici del tem­po (Le Correspondant, La Revue Européenne, La Tribune Ca­tholique, L’Univers) completano la sua opera di storico e di letterato, sempre permeata da un ardente spirito apologeti­co ed apostolico.

L’Abate Eugenio Galopin ha raccolto ben 297 titoli delle opere, grandi e piccole, di Federico Ozanam.

Viaggi attraverso l’Europa

L’insegnamento universitario costrinse Ozanam a fre­quenti viaggi di studio per tutta l’Europa.

Aveva giá visitato l’Italia una prima volta nel 1833 con i genitori ed il fratello sacerdote; nel 1841 visitó il Belgio e la Germania, specialmente le localitá della Valle del Re­no, e poi ritornó in Italia con la sposa, spingendosi fino in Sicilia.

Nel 1847 compi una nuova missione ufficiale in Italia per esplorare biblioteche ed archivi. Rivide Firenze, l’Um­bria e Roma, dove fu ricevuto in udienza privata dal Papa Pio IX, e poi Montecassino e, nel ritorno, Ravenna e Vene­zia. Passó quindi in Svizzera.

Una quarta volta verrá in Italia (1853) per motivi di sa­lute, ma inutilmente.

Nel 1851 lo troviamo in Bretagna ed in Inghilterra e, l’anno seguente, in Spagna, nei Paesi Baschi, e nel Meridio­ne della Francia. Di rilievo in questo soggiorno in Guasco­gna, la sua visita al paese natale di S. Vincenzo De Paoli.

Buon conoscitore delle lingue classiche, tra cui l’ebrai­co ed il sanscrito, egli poté cosi perfezionarsi nello studio della lingua tedesca, inglese, spagnola e soprattutto italiana, che amó in modo particolare.

Ad un lavoro siffatto e intenso, a cui va aggiunta la preoc­cupazione dei poveri della Societá di S. Vincenzo, di cui era Vice-presidente, la sua salute giá malferma non resse.

Chiuderá la sua laboriosa giornata a soli 40 anni di eta, guando gli altri professori di Universitá cominciano a dare frutti della esperienza accumulata.

Il suo metodo didattico

Quale fosse fi suo metodo di ricerca, la sua didattica, la dottrina, l’aggancio con gli uditori e con gli allievi, lo ap­prendiamo dalle testimonianze degli amici.

Di carattere melanconico, timido, e, direi, introverso, come Federico stesso riconosce in diversi passi delle sue let­tere, egli cominció fi suo corso nel gennaio del 1841, a 28 anni di eta, e lo proseguí con crescente successo.

La sua preparazione era minuziosa e non contava il nu­mero delle pagine che riempiva con una scrittura piccola da miope. Sulla cattedra pera, diveniva un altro e sulle sue lab­bra fioriva l’oratoria, talvolta retorica, ma piú spesso spon­ tanea, per la bellezza degli argomenti trattati e singolarmen­te sentiti.

L’interesse religioso, apologetico, era la prima causa del suo impegno, che egli paragonava al coraggio dei mis­sionari che si lasciano uccidere per la Fede. L’assunto fon­damentale della sua ricerca si puó riassumere in poche parole: «La religione glorificata per mezzo della storia», ma so- leva mettere in guardia contro la mancanza di lealtá nella ricerca e diceva: «Stiamo attenti a non snaturare i fatti, per estorcerne le prove!».

«Io non vengo qui —affermó in altra occasione— per far della teologia. lo non ho l’onore di essere un teologo. Io mi li­mito alía mia professione di storico e di critico e lo far5 con spirito cristiano, vale a dire, con lealta, manifestando le mie con­vinzioni, senza nasconderle. Con questo io non intendo perdere la mia liberta di giudizio sugli eventi. Quando si crede all’ origi­ne divina del cristianesimo, si diviene piú esigenti verso coloro che lo servono, perché difficilmente si perdona loro di compro­mettere una causa tanto amata. Si é piú indulgenti verso coloro che hanno la disgrazia di misconoscerlo, perché si sa che la crea­tura umana é decaduta e per conseguenza debole e assai meno degna di collera che di pieta».

Gian Giacomo Ampére, figlio del grande matematico, disse di lui: «Preparava le sue lezioni come un Benedettino ele pronunciava come un oratore: una duplice fatica, nella quale
ha logorato la sua costituzione fisica, che fini per cedere!»
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La Profonda convinzione con cui parlava, piú di una volta convertí alcuni dei suoi uditori. Uno di loro gli scrisse: «Prima di ascoltarvi, io non credevo. Ció che non avevano potutofare numerose esortazioni, voi lo avete compiuto in un sol gior­no: voi mi avete fatto cristiano».

Si sa per certo che egli, prima di recarsi a tenere le sue lezioni, pregava un ginocchio lo Spirito Santo, e che per tale scopo chiedeva preghiere alla sua fidanzata, ai suoi fratelli ed amici.

Anche il corso parallelo che Ozanam teneva all’Istituto Santo Stanislao, suscitó interesse ed ammirazione. Ernesto Renan, ancora immune dalla crisi di Fede che lo portó in se­guito su di un’altra sponda, non poté esimersi dal recordare cosí nelle sue Memorie giovanili, l’insegnamento di Federico Ozanam: «Non esco mai dalla sua lezione senza sentirmi piú forte, piú risoluto per le grandi cose, piú coraggioso e piú dispo­sto ad affrontare serenamente l’avvenire». Ed alla sua buona mamma confessava: «Il corso dell’Ozanam é la costante apolo­gia di quanto vi é di piú bello!».

Nell’Istituto di Santo Stanislao lo ascoltarono anche Mons. Goux, futuro Vescovo di Versailles, e colui che dove­va diventare il Card. Lavigérie. L’uno e l’altro consultarono Ozanam per le loro tesi di laurea.

Federico pera non era soltanto il professore, ma l’ ami­co dei giovani e soprattutto l’apostolo.

Dal 1842 egli si fece promotore della Pasqua dello stu­dente e condusse un buon numero di giovani ad ascoltare Padre de Ravignan a Notre-Dame.

Dopo la Comunione Pasquale, egli invitava i giovani ad accompagnarlo nella visita che soleva fare ai suoi poveri.

La cattedra universitaria diveniva cosí un pulpito di apo­logia della Fede ed esempio pratico di caritá: «Veritatem fa­cientes in caritate: realizzare la veritá con le opere!».

Che cosa resta di Ozanam letterato?

Non molto sinceramente, sia perché le sue opere non hanno avuto edizioni aggiornate, sia per il loro scarso valore intrinseco, anche se non dobbiamo giudicare con i metodi e criteri di ricerca odierni. Ozanam fu piú un brillante divul­gatore che un ricercatore profondo. Era del resto la moda della sua epoca, l’epoca dei Chateaubriand, dei La Mennais, dei Lamartine, dei Lacordaire, l’epoca del talento piú che del- l’erudizione.

Ozanam tuttavia ha avuto due grandi meriti: quello di ayer fatto conoscere in Francia la Divina Commedia di Dan- te, pressoché ignorata sino allora, e quello di aver stigmatiz­zato nei suoi Etudes Germaniques, il difetto fondamentale del popolo tedesco: l’orgoglio e la divinizzazione della razza.

Se tuttavia, l’opera di Ozanam come professore non ha piú posto nell’attualitá letteraria e resta solo come un docu­mento del pensiero cattolico del secolo XIX, la sua grandez­za in campo sociale con le Conferenze di S. Vincenzo non é diminuita; fi tempo l’ha fatta crescere e rifulgere ancor più.

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